Chi fu il primo a realizzare la fecondazione artificiale? Domanda aperta e lungo dibattito

Non è frequente che un libro di storia della scienza entri di diritto nell’attualità dei media, specialmente se si occupa di questioni tecniche tra XVII e XIX secolo. Ancora minori sono le possibilità quando l’attenzione – com’è ovvio – è tutta rivolta al mondo della politica come in questi mesi. Eppure in questo periodo mi è capitato tra le mani un libro interessante, scritto daDario de Santis, un giovane ricercatore in storia della scienza all’Unviersità di Bologna, che merita almeno un post su questo blog. Perché è una storia della fecondazione artificiale, nata dalla curiosità intellettuale di chi di fronte a un’innovazione si domanda quale ne sia l’origine.

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Sentenza terremoto L’Aquila: che cos’è in gioco?

Per rimanere del tutto fedeli al nome di questo blog, della sentenza di condanna a sette membri della Commissione Grandi Rischi che si sono riuniti a L’Aquila il 31 marzo 2009, pochi giorni prima del terremoto del 6 aprile, bisognerebbe non parlare. La cronaca è oramai già da mettere in archivio, seppure avrà probabilmente strascichi lunghissimi, come di uno spartiacque tra un prima e un dopo.

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Il diritto a parlare male degli Ig Nobel. Nonostante Amedeo Balbi

In un post sul suo popolare blog, Amedeo Balbi se la prende con chi non perde l’occasione di prendere per i fondelli i vincitori dei premi Ig Nobel, i premi dati alle ricerche che “prima ci fanno ridere, poi ci fanno pensare”. Il perché è presto detto. Raccontate come se si trattasse delle bizzarrie di un nugolo di freakettoni e tipi eccentrici, le ricerche premiate non fanno altro che confermare “il pregiudizio negativo della (cospicua) parte di opinione pubblica, di intellettuali e di politici maldisposta nei confronti della scienza”. Non so se sia automatico il passaggio per cui dalle risate si passi alla considerazione che “gli scienziati perdono tempo in attività inutili, sono infantili, eccentrici o pazzi, e sprecano denaro (il nostro, sottinteso)”, ma mi sento chiamato in causa come uno di coloro che dai media accrescerebbero questo pregiudizio pensando alla scienza non solo in termini di conquiste intellettuali, ma anche di utilità pubblica.

Tassa sulle bibite zuccherate: a New York si continua a parlarne

Sul sito del New Tork Times è apparso un piccolo video di Casey Neistat, video maker che vive nella Grande Mela e distribuisce i suoi lavori direttamente sul web. Nel video girato per il giornale USA, Casey cerca di spiegare perché secondo lui la tassa sulle bibite zuccherate era una buona idea. Potete vederlo qui.

Se per il medico il riso è un legume…

In questi giorni di grande fermento attorno al decreto sanità del Ministro Balduzzi è fin troppo facile trovare qualcosa di caustico da dire sui medici, sulla situazione della sanità italiana e sul suo costo. Registriamo la cancellazione della controversa tassa sulle bibite zuccherate, che non è nemmeno arrivata in camera per la discussione e il nuovo slogan coniato in giornata: “medici di base 7 giorni su 7”.

Scagliarsi contro una tassa sulle bevande zuccherate: ha senso?

La stretta su alcol, fumo e gioco proposta dal ministro Balduzzi, come si può vedere dalle prime pagine di molti giornali di oggi, sta iniziando a far discutere. C’è chi si chiede perché lo Stato vuole entrare in comportamenti privati, sfavorendo determinati comportamenti? Non siamo forse più in uno stato democratico in cui se voglio bere una bibita zuccherata, la posso bere liberamente? Altri sostengono che sono leggi giuste, perché comportamenti che portano a condizioni patologiche, con conseguente aumento del costo per la collettività dell’assistenza a chi li persegue, sono un danno per tutti. Giusto allora che non si impediscano tali comportamenti, ma che da chi li vuole perpetrare si ricavino anche maggiori risorse, utili a tamponare i maggiori costi dovuti a tali comportamenti.

Se non leggi fino in fondo gli articoli de Linkiesta, allora tendi alla depressione!

Forse un tantino esagerato, ma è il succo di uno studio condotto da alcuni computer scientist della Missouri University of Science and Technology. In buona sostanza i ricercatori americani hanno osservato il flusso di dati che un gruppo di persone ha generato nella propria normale navigazione online. L’aspetto più interessante è che non si è tenuto in nessun conto il contenuto di quello che, per esempio, i soggetti leggevano online o quali siti visitavano. Più semplicemente i ricercatori hanno osservato per quanto tempo i navigatori svolgevano una determinata macro tipologia di attività, come per esempio chattare, scaricare file, ascoltare o vedere qualcosa in streaming, scrivere email e così via.

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