Se per il medico il riso è un legume…

In questi giorni di grande fermento attorno al decreto sanità del Ministro Balduzzi è fin troppo facile trovare qualcosa di caustico da dire sui medici, sulla situazione della sanità italiana e sul suo costo. Registriamo la cancellazione della controversa tassa sulle bibite zuccherate, che non è nemmeno arrivata in camera per la discussione e il nuovo slogan coniato in giornata: “medici di base 7 giorni su 7”.

Scagliarsi contro una tassa sulle bevande zuccherate: ha senso?

La stretta su alcol, fumo e gioco proposta dal ministro Balduzzi, come si può vedere dalle prime pagine di molti giornali di oggi, sta iniziando a far discutere. C’è chi si chiede perché lo Stato vuole entrare in comportamenti privati, sfavorendo determinati comportamenti? Non siamo forse più in uno stato democratico in cui se voglio bere una bibita zuccherata, la posso bere liberamente? Altri sostengono che sono leggi giuste, perché comportamenti che portano a condizioni patologiche, con conseguente aumento del costo per la collettività dell’assistenza a chi li persegue, sono un danno per tutti. Giusto allora che non si impediscano tali comportamenti, ma che da chi li vuole perpetrare si ricavino anche maggiori risorse, utili a tamponare i maggiori costi dovuti a tali comportamenti.

Se non leggi fino in fondo gli articoli de Linkiesta, allora tendi alla depressione!

Forse un tantino esagerato, ma è il succo di uno studio condotto da alcuni computer scientist della Missouri University of Science and Technology. In buona sostanza i ricercatori americani hanno osservato il flusso di dati che un gruppo di persone ha generato nella propria normale navigazione online. L’aspetto più interessante è che non si è tenuto in nessun conto il contenuto di quello che, per esempio, i soggetti leggevano online o quali siti visitavano. Più semplicemente i ricercatori hanno osservato per quanto tempo i navigatori svolgevano una determinata macro tipologia di attività, come per esempio chattare, scaricare file, ascoltare o vedere qualcosa in streaming, scrivere email e così via.

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Vogliamo maggior efficienza dalle università italiane? Accorpiamo i ricercatori migliori e licenziamo quelli improduttivi

La proposta arriva da Giovanni Abramo e Ciriaco D’Angelo dell’università di Roma Tor Vergata sul TuttoScienze di oggi: poche università dove far confluire i migliori docenti in grado di attirare capitali dal mondo privato e, perché no, anche dall’estero. Questi nuovi poli sarebbero caratterizzati da anime specifiche e non un grande numero di atenei indifferenziati, dove si fatica a individuare centri d’eccellenza. Distinguiamo che è in grado di produrre nuova conoscenza da chi prende uno stipendio (pubblico) ma non contribuisce alla ricchezza, anche solo intellettuale del paese. Nelle science dure, per esempio, il 23% dei ricercatori produce il 77% del totale dei risultati del settore in Italia. Consideriamo le tre università romane, suggeriscono Abramo e D’Angelo: prendiamo i ricercatori più produttivi per accorparli in una nuova struttura. Si otterrebbe una nuova università estremamente più performante di tutte le altre italiane, comprese le sei Scuole Superiori.

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I risultati della ricerca fatta con soldi pubblici sono di tutti: parola di Research Council UK

Il movimento The Cost of Knowledge voluto dal matematico britannico Tim Gowers ha visto la sottoscrizione di oltre 12 mila ricercatori di tutto il mondo. Il motivo della protesta? Il fatto che grossi editori come l’olandese Elsevier, padrone di numeri uno della pubblicazione scientifica come Cell e Lancet, facessero profitti sfruttando il lavoro – in molti casi – gratuito dei ricercatori: revisione di articoli, collaborazioni editoriali e altri servizi che vengono offerti gratuitamente. E se il ricercatore è uno stipendiato pubblico, quelle ore di lavoro sono sottratte al suo lavoro, quello finanziato con le tasse dei cittadini.

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Sequestro Green Hill: siamo vittime della bellezza e della tenerezza dei beagle?

La notizia è oramai di ieri sera, quando il Corpo Forestale dello Stato ha sequestrato gli stabilimenti della Green Hill, la nota azienda di Montichiari che si occupa dell’allevamento e della vendita di cani beagle a scopo di ricerca scientifica. Secondo quanto riportato dall’AGI, ci sono”tre persone indagate in concorso fra loro per il reato di maltrattamento di animali (art.544 ter cp)”. Soddisfatti gli animalisti della LAV che hanno contribuito a mantenere alta l’attenzione sull’unica azienda italiana che si occupi di questo tipo particolare di allevamento. Un po’ meno i ricercatori, con toni anche troppo apocalittici (Silvio Garattini, Istituto Mario Negri di Milano:”Addio alla ricerca scientifica”).

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