Louder Than The City

Julia Holter fotografata da Rick BahtoIl silenzio dura solo un attimo. Curiosità. Stupore. Immediatamente il brusio si diffonde tra gli avventori del locale. Vestito bianco lungo che lascia scoperte le spalle e guanti lunghi dello stesso colore, capelli raccolti sotto a una tiara dorata, fronte libera non fosse per un civettuolo tirabaci, la giovane avanza al braccio di Gaston Lachaille: “chi è quella ragazza che ha portato con sè stasera? Non è un sogno? Non è un’amore? Se solo la cara Liane fosse qui…” Gigi è bellissima e invidiata da tutti e Gaston Lachaille è un amico di famiglia che lei ha sempre chiamato “zio” e che ora si sta trasformando sotto gli occhi stupiti di una Parigi fin de siècle in un fidanzato e promesso marito. Le domande sono quelle del coro degli avventori quando la coppia entra al Maxim’s, celebre café chantant e tempio del divertimento notturno della Parigi Belle Époque. Siamo in un musical capolavoro, per certi versi bizzarro e originale rispetto alla tradizione, girato nel 1958 daVincente Minnelli e musicato da Frederick Loewe (lo stesso di un altro musical capolavoro, My Fair Lady) e siamo a una delle sorgenti d’ispirazione, forse la più importante, dell’ultimo disco di Julia Holter, Loud City Song.

Parigi fin de siècle e la celebrity culture

La raggiungiamo al telefono mentre si trova in Europa durante il tour estivo che l’ha portata a suonare anche in Italia. “Stavo lavorando a Ekstasis e avevo pronta una canzone  ispirata da una scena di Gigi che stavo per includere nel disco, ma quando ho terminato la lavorazione dei brani mi sono resa conto che non c’entrava molto con le atmosfere di Ekstasis e che aveva bisogno di un posto tutto per sè”. La scena, ça va sans dire, è quella dell’ingresso al Maxim’s con il brusio del coro a dar voce a tutte quelle domande che tanto allora (gli anni Novanta dell’Ottocento) quanto oggi costituiscono l’ossatura del gossip e del culto delle celebrity. “Si tratta di un fenomeno sociale che si ritrova in tutte le società, non importa quanto indietro nel tempo tu vada a guardare. E lo stesso accade anche oggi, con Internet e la televisione che si sono prese le nostre vite”. Su questo tema, ma non solo, Julia Holter ha voluto costruire un disco che, in altri tempi, avremmo definito concept album. Lei preferisce parlare di “un insieme coerente di canzoni, non una raccolta di brani“.

Loud City Song è il terzo album firmato dalla musicista californiana, ma è il primo dopo la firma del contratto con la Domino e il primo registrato in uno studio con veri turnisti a disposizione. L’esordio, Tragedy, risale solamente al 2011. Fu pubblicato originariamente per un’etichetta indipendente di Los Angeles, la Leaving Records, che ha come motto sul proprio sito “world music” e, visto il catalogo, lascia spazio a più di una interpretazione (e a qualche domanda).Tragedy è un disco oscuro e non sempre di semplice accesso. Ispirato alla tragedia classicaIppolito di Euripide, gli otto movimenti del disco hanno portato la stampa internazionale a paragoni importanti con Laurie Anderson. Ad accomunare la Anderson e la Holter, la capacità di mescolare materiale d’avanguardia intellettuale con istanze più pop, pur mantenendo le distanze da ritornelli e facili melodie. Nonostante la lontananza dal mondo pop – anche quello più hypster e intellettualoide – il vinile va soldout in una sola settimana e per la Holter sembra profilarsi un percorso di nicchia sulla scia di Grouper o Nite Jewel (con quest’ultima, anch’essa losangelina, la Nostra ha anche collaborato).

Cosa che puntualmente non accade. Nel marzo del 2012, Ekstasis, secondo disco pubblicato dopo l’accasamento presso la RVNG, le apre le porte di un pubblico più vasto. Il riconoscimento della stampa è praticamente unanime. Ai tempi noi scrivevamo che si trattava di “un’indagine senza confini nell’atmosfera e nell’evocazione, in un gioco di specchi che fa sembrare tutto diverso ma uguale”. I riferimenti musicali che si potevano ancora una volta trovare nei dieci brani erano gli stessi dell’esordio: la Anderson, Robert WyattJoni Mitchell. Eppure, nonostante fosse ispirato da oscuri manoscritti mistici medievali, il tutto risultava più vicino a una sensibilità pop. Ekstasis è un disco che appaga sia l’orecchio esigente degli ascoltatori più colti che amano cogliere le citazioni più raffinate, sia quello di coloro che sono semplicemente alla ricerca di un dream pop atmosferico ed evocativo.

Se le chiedi oggi del paragone con Laurie Anderson – paragone che ritorna ancora per Loud City Song in analisi non troppo approfondite -, la Holter si schermisce dicendo di non averla mai ascoltata davvero fino a che non gliel’hanno nominata i giornalisti. Ovviamente sappiamo bene che il paragone la lusinga, pur quando s’affretta ad aggiungere, con il suo accento morbido della California, quanto la Anderson sia un persona con un’influenza davvero importante. “Se qualcuno trova una connessione tra la mia musica e la sua, è probabilmente qualcosa che possiamo discutere. Non voglio dire che non sia vero solo perché non è stato uno dei miei ascolti. Probabilmente c’è qualcosa di lei nell’aria che permea il mondo della musica e molti musicisti vi hanno attinto nel corso degli anni. Magari sono stata influenzata da lei senza nemmeno saperlo”.

Bildungsroman

Anche se Laurie Anderson non rientra nei modelli diretti, è fuor di dubbio che la Holter condivide con la musicista newyorkese una facilità nel mescolare registri d’avanguardia con un’accessibilità pop che non è comune. Forse merito degli ascolti in famiglia che, accanto al musical di Minnelli (“i nonni di molte persone ce l’hanno in casa e lo guardano coi nipoti”), poggiano sui classici americani degli anni Sessanta e Settanta (Tom PettyBob DylanSteely Dan) accanto alla black music di Billie Holiday e Al Green. Su questo immaginario classico, però, il percorso della Holter passa per una laurea al California Institute for the Arts. “Non so quanto una formazione musicale formale abbia contato nella mia vita, perché senza le cose che ho fatto non saprei mai come sarei altrimenti”, ci spiega mentre la linea telefonica si fa più disturbata e la sua voce si nasconde tra le scariche statiche, proprio come faceva nel missaggio di Tragedy. “Quello che è stato utile è aver studiato la teoria musicale. Saper leggere la musica ti permette di trasmettere più facilmente le idee. La comunicazione è già abbastanza complicata e in alcuni casi è già difficile esprimere quello che voglio… Per una musicista come me che compone al pianoforte, studiare armonia per tastiera è stato utilissimo, così come studiare contrappunto”. E bisogna aggiungere che studiare le ha fatto conoscere le composizioni di John Cage, soprattutto i brani per pianoforte giocattolo che, più volte, ha dichiarato essere stati una svolta nella sua vita di musicista.

Per avere un quadro più completo, però, bisogna anche aggiungere un’altra influenza fondamentale, che può sembrare marginale nell’esperienza musicale di Julia Holter, ma che a ben vedere è il suo legame più profondo con il folk. Una tradizione, questa, che, soprattutto nella sua declinazione più psichedelica, scorre carsica per tutta la sua produzione. Si tratta di Linda Perhacs, meteora psych-folk che, nel 1970, diede alle stampe il suo unico album. IntitolatoParallelograms, fu presto dimenticato fino a quando, a metà degli anni 2000, divenne un piccolo culto in qualche giro di musicisti e non solo. Dopo trentacinque anni passati a svolgere la professione di igienista dentale, Linda Perhacs ha sentito così forte il richiamo di una nuova generazione che ha deciso di mettere su una band e iniziare a esibirsi dal vivo. A uno dei concerti del 2009, tra le fan che le porgono una copia della ristampa in vinile di Parallelograms per un autografo c’è anche Julia Holter. Il suo è un amore totale per l’artista, un vero e proprio mito. Sul piano musicale il debito più evidente è nell’uso di loop ed effetti per stratificare la voce, marchio di fabbrica della Perhacs, che aveva un modo quasi aleatorio di combinare armonie vocali. Inutile dire che oggi la Holter collabora con la Perhacs sia come turnista nei concerti, sia in studio per l’atteso ritorno discografico (già annunciato da qualche tempo).

Altro tassello importante tra le collaborazioni della Holter è sicuramente Michael Pisaro, compositore e docente al CalArts. Pisaro è membro del Wandelweiser Composers Ensemble, un gruppo internazionale di compositori che hanno in comune l’interesse per, nelle parole di uno dei membri Radu Malfatti, “la valutazione e l’integrazione del silenzio [nella musica] piuttosto che un tappeto infinito di suoni”. Il pensiero corre immediatamente a John Cage e ai suoi Silence e4’33’’, ma qui, come ha spiegato in alcune interviste Pisaro, l’idea è più che altro di fare musica a partire dalla lezione di Cage. I membri originari del Wandelweiser, indirettamente, criticavano e criticano il fatto che di Cage e delle sue idee si parli molto, ma che poi la sua eredità musicale in senso stretto sia spesso in secondo piano, se non assente. (Inciso: il Wandelweiser è stato fondato nel 1992, proprio l’anno della scomparsa del musicista americano).

Bedroom music vs. studio recording (?)

Un percorso variegato, quello della Holter, che sembra però non dare troppa importanza ai singoli passi, quanto piuttosto al cammino nel suo complesso: tutto conta, ma nulla è essenziale. Così seTragedy è stato registrato in assoluta autonomia semplicemente usando un programma free come Audacity, Loud City Song è un lavoro con musicisti in carne ed ossa che si è avvalso di uno studio professionale. Per la prima volta, la musica della Holter è stata messa di fronte a un lavoro più collettivo. Il risultato sono fiati pieni e caldi come in Maxim’s II o in Horns Surrounding Me e, in generale, un suono più profondo. Hello Stranger funziona perché gli archi sottolineano magistralmente i field recordings e la voce effettata. Il bozzetto vaudeville/jazz di In the Green Wildè pieno, dinamico come difficilmente sarebbe stato se suonato in cameretta con un laptop. Uno scarto importante, seppure non decisivo, rispetto al passato. E la stessa Julia Holter rifiuta una cesura netta tra le composizioni registrate in totale autonomia in casa e la musica realizzata in studio con dei professionisti: “Non credo che registrare da soli in casa sia un male, continuo a farlo. Solo credo che non sia sempre la cosa giusta per la musica: a volte c’è il bisogno di registrare meglio, come nel caso del mio ultimo album, che credo abbia enormemente beneficiato dal lavoro fatto con persone che sanno quello che stanno facendo quando suonano uno strumento”.

Horns Surrounding Me è forse il brano in cui è più esplicito il tema che collega tra di loro tutte le canzoni di Loud City Song. Il rumore, “loud”, si potrebbe dire essere il buzz da gossip, da malelingue, da curiosità morbosa, talmente forte che “la protagonista della canzone non riesce nemmeno ad avere una relazione reale perché tutto è così forte e così intenso che non ha spazio per un po’ di pace e calma”. Ovviamente non si tratta della sua esperienza personale (“non sono ancora rincorsa dai paparazzi!”), ma se ne accorge quando le capita di guardare la tv con la famiglia. “Tutta quell’assenza di silenzio e calma ti viene sbattuta in faccia, dai reality show a Entertainment Tonight [un programma di celebrity news, NdR]”. La infastidisce il troppo rumore generato da cose di poco conto, “le vite di persone che non hanno fatto nulla di particolare da giustificare la loro fama“.

Davanti, dietro e dentro il sipario

Se l’ispirazione arriva dal famoso valzer al Maxim’s del film di Minnelli, Julia Holter ha scelto di sostituire la metafora del café utilizzata da Colette con la città, che è “lo sfondo, l’immaginario e il set dove tutto questo accade”. È nella Parigi della Belle Époque, come nella Los Angeles/Hollywood di oggi, che si consuma la “lotta degli individui con la società”. Perché come avveniva per Gigi, promessa sposa a un rampollo di buona famiglia, anche per gli individui la società ha “certi piani”, tenta di forzare la direzione dell’esistenza. E l’individuo che cosa decide di fare: “prova a venirci a patti oppure decide di fuggire andandosene nei boschi? Li accetta e li fa propri? È di questa esperienza che ho voluto scrivere e credo che sia il tema portante di tutte le canzoni”.

L’idea dello sfondo, dello scenario in cui ambientare le canzoni rimanda a un’altra caratteristica della musica della Holter, cioè quel suo essere in qualche modo teatrale. Lei stessa parla delle voci narranti delle proprie canzoni come di “personaggi” che si muovono in uno spazio/tempo creato dalla canzone stessa. È come se ci volesse dire che nonostante si parli in prima persona, nonostante la musica provochi emozioni e sentimenti veri, è pur sempre un artificio che, in questo caso, vuole fungere da metafora per la società. In alcuni casi, sono gli stessi field recording a fornire questo scenario teatrale, all’interno del quale la Holter fa sviluppare la propria scena musicale. È un processo evidente, in particolare nei dischi precedenti e, soprattutto, nelle produzioni meno pop che sono state affidate nel corso degli anni a piccole etichette (da ricordare soprattutto la cassetta registrata per NNA Tapes). In Loud City Song i field recording sono meno evidenti ma, a un ascolto attento, si rivelano in più di un brano, magari trasfigurati dal trattamento elettronico.

Alla fine della conversazione telefonica, le chiediamo se riesce a riassumere in tre aggettivi il suo ultimo album, un modo sciocco forse per cercare di capire che idea abbia lei della propria musica. Silenzio. “Non so, è difficile”. Un gioco di specchi continuo tra oggi, ieri (gli anni Cinquanta dell’amato musical diretto per il grande schermo da Vincent Minnelli) e l’altro ieri (la Belle Époqueriflessa negli specchi dei caffè) che non si agglutina attorno a semplici parole e ogni volta che sembra di averlo in pugno, sfugge dalla mano perché solo un riflesso di qualcos’altro in lontananza. E a volte, come per la vicinanza con Laurie Anderson, si scopre che l’analisi si è spinta in direzioni del tutto (o quasi) fuorivianti. È il fascino di aver di fronte un’opera complessa, più ambiziosa di quello che gli artisti pop propongono solitamente e che potrebbe essere destinata a non uscire di scena tanto presto.

Acoustic waves warn of tsunami

When a coastal area is about to be hit by the waves of a tsunami, time is everything. The earlier we know where and when it is going to hit the coast, the more chances there are to evacuate the area. Early warning systems play a crucial role. Until now, seismic signals were used to issue such warning. These are subsequently confirmed or cleared by measuring sea level height. This approach stems from the fact that shallow submarine earthquakes exceeding a given magnitude are the most likely causes of tsunamis.

More recently, an EU funded project called NEAREST found a better way of identifying a tsunami threat at early stage. “To do this we developed a new device we called tsunameter that we put as close as possible to those places where we know that is very likely a tsunami is generated”, says Francesco Chierici, who is the project coordinator and also works as a researcher the Radio Astronomy Institute (IRA), in Bologna, Italy. This tsunameter can be placed close to the geological faults that are responsible for the earthquake and, accordingly, for tsunamis. Detecting a tsunami near its source is crucial “expecially in peculiar environments such as the Mediterranean where the tsunami are generated very close to the coasts”, says Chierici.

Every device is connected with a surface buoy and consists of a set of instruments collecting several kinds of data. These include local acceleration and pressure of water, seismic waves, and, in particular, the acoustic waves generated by tsunamis. With this information, actual tsunamis can be distinguished from the background noise, “using a specific mathematical algorithm” which is interpreting the data. Under the project, the tsunameter had been tested for a year off the Gulf of Cadiz in Spain, at water depth of 3,200 metres. Since the project was completed, in March 2010, the tsunameters are now tested in a new research programme called Multidisciplinary Oceanic Information SysTem (MOIST), run by the Italian National Institute of Geophysics and Vulcanology (INGV) in Rome.

The idea of using acoustic waves as tsunami signal is effective, according to Stefano Tinti, professor of geology at the University of Bologna, Italy, and an expert in tsunamis. “Their speed of propagation is slower than that of seismic waves, but still quicker than that of the tsunami,” he tells youris.com. The problem is the technology “is still in an experimental stage and it’s not so easy to separate the hydroacoustic signal from the others when the detector is so close to the source.”

Another issue is the cost of installation and maintenance. “Off-shore detection systems are more expensive than coastal ones,” he adds. Tinti also believes it could be more effective to use the many islands spread around the Mediterranean. “The detection could be of no use in terms of warning system for the very point where the detection takes place,” he contends, “but it is still very useful for other areas of the coast.” The difficulties related to having a costly off-shore observation system are confirmed by Fernando Carrilho of the Portuguese Marine and Atmosphere Institute (IPMA), which was a project partner. When the Portuguese government decided to build a national tsunami early warning system, he explains, experts opted for a cheaper coastal sea-level observation system.

Other experts point out to issues related to providing a timely warning to the population. “Measurements would need to be far enough from the land to be affected to give enough time to raise the alarm,” says Philippe Blondel, acoustic remote sensing expert at the department of physics of the University of Bath, UK. Apart from which early warning system you choose, the difference between saving lives or not is preparedness. “For example, if the Vesuvius erupts and a flank collapses into the sea, this would affect the millions of people in and around Naples, in Italy. Even with the best organisation, there are only so many roads available for people to get away in a hurry,” says Blondel.

A different level of preparedness is required in the Mediterranean, compared to the situation in Japan and United States where “as soon as a tsunami is confirmed as being underway, alarms will sound in all communities likely to be affected,” Blondel explains.  Clear evacuation routes have been signposted, he believes, and everybody has been trained to know where to go. He quotes the example of the US West coast, where many long, romantic sandy beaches now have signs every few hundred meters saying ‘tsunami risk: run this way’ in clearly understandable icons.

GIRLS IN HAWAII – Everest

Con un disco ogni cinque anni i Girls In Hawaii hanno rischiato seriamente di mettere a repentaglio la carriera, a causa anche di un pubblico così ingordo e senza memoria che vorrebbe un disco ogni anno, una foto al giorno su Instagram e un aggiornamento su Facebook ogni mezz’ora. Ancor più serio, ai fini della carriera, è stato l’incidente automobilistico che nel 2010 ha tolto la vita al batterista Denis Wielemans, fratello del cantante Antoine. All’epoca il gruppo sembrava incamminato verso un percorso di scomparsa, sebbene non si sia mai parlato apertamente di scioglimento, ma quella tragedia ha cementato nuovamente rapporti umani e artistici. Tornata la voglia di lavorare insieme a nuove canzoni, ecco che nell’arco di un paio d’anni si arriva agli undici episodi di Everest. Dovrebbe essere il “difficile terzo album”, ma gli autori non sono i tipici venticinquenni indie, piuttosto dei trenta/trentacinquenni di Bruxelles, lontani da hype anglosassoni e camerette americane.

L’opening The Spring non ha niente dei sentimenti colorati che associamo alla rinascita della natura in quella stagione. La voce di Antoine è un sussurro su un tappeto di field recording e accordi di pianoforte, in un’atmosfera cupa che non fa venire in mente alcun riferimento musicale tirato in ballo per i dischi precedenti: Belle And SebastianGrandaddy, per citare i più frequenti. Tutto il disco è freddo, verrebbe da dire, come se il ghiaccio dell’Everest del titolo lo avesse contaminato. Non si tratta di quelle atmosfere agrodolci à la Yo La Tengo, ma di un tenore piuttosto depresso e deprimente a sua volta, non solo sul piano del compatimento per la perdita improvvisa di un membro del gruppo. Che dire, infatti, dell’uso delle tastiere in brani come Misses o We Are The Living? Grasse pennellate synthetiche che fanno pensare a una brutta copia dei Muse, solo in un territorio più intimo. Le cose vanno meglio con i ritmi più elevati diChanges e Switzerland, ma c’è sempre di mezzo una produzione poco elegante, come se i synth li avessero dati in mano ai Tangerine Dream di fine anni Novanta o a un Mike Oldfield decaduto. Tacciamo su un titolo come Not Dead o sullo spoken word di Here I Belong (con la banalità del suo “all the fucking world”) e sottolineamo solamente come lo slow tempo finale Wars sia funestato da altri effetti da balera di righeiriana memoria che rendono il tutto un po’ straniante.

Se per la prima parte della loro carriera il gruppo belga ha potuto contare su un pubblico assetato della leggerezza dream del loro esordio e delle buone melodie del secondo, questa terza prova non all’altezza rischia di farli percepire ai più come uno dei tanti act da bedroom pop che hanno forgiato il proprio suono su quelle direttrici estetiche.

Antonio Bombelli: Africa’s carbon cycle under scrutiny

The results of climate change are going to have more impact in Africa than other regions due both to ecological and socio-economic factors. However, little is known about the role of Africa with regard to greenhouse gases emissions. Antonio Bombelli of the Euro-Mediterranean Centre on Climate Change, headquatered in Lecce, Italy, has been the project manager of the first research project that built a greenhouse gasses monitoring network in Sub-Saharan Africa. The project, CARBOAFRICA, completed in 2010, was designed to respond to a specific interest at European level in better understanding carbon cycle in that area. Bombelli tells youris.com about progress in Sub-Saharan African since the project was completed.

What are the main achievements of the project?
There has been different kind of achievements. The first, and maybe the most important, is that we succeeded in building and coordinating a monitoring network for greenhouse gases in Sub-Saharan Africa. Before the beginning of the project there were just a few monitoring stations and their measures were not integrated. The network was a specific request from the European Commission, but it was obvious that we could make it happen. At the end we had 19 stations in 11 different countries. Moreover, in Ghana we built the first carbon monitoring station within a forest in Africa. That has been important to better understand how a forest actually works as a carbon sink.

Have many problems arisen during the course of the project?
There have been different problems at different levels. To start a project in Africa you have to develop a good partnership with the right local institutions. This takes time and may causes delays in the early stages. Then, there are practical problems. For instance, the same instrumentation that works efficiently in temperate countries, like European ones, can have big problems in the extremely hot or humid conditions you can find in Africa. Moreover, often in the African context you cannot just apply the same research protocols and modelling approaches used for other regions.

What can we say about the role of Sub-Saharan Africa in relation to greenhouse gases emissions?
We already suspected from previous researches that Africa as a continent could be a net sink. It means that on average African ecosystems absorb more carbon than they release. The project confirmed our suspicion, but we cannot be 100% sure because the network was not wide enough to extend our results at a continental level with the required reliability. On this point, I think we would need more data coming from continuous measurements. Unfortunately today, after a couple of years since the project ended, many of the monitoring stations have been closed down because of lack of resources.

We tend to think that greenhouse gases emissions are a Western problem. Why is it important to study this subject in Africa?
First, it is important because we know very little about this kind of topics on Africa, especially Sub-Saharan region. Second, because if we really want to understand the global CO2 balance we cannot forget Africa. At the moment, with some exceptions like the Republic of South Africa, African countries are not important emitters, but they are among the most vulnerable to climate change.

Have these findings been beneficial for further research?
There has not been a proper follow up, because part of the network is not working any more. But the field data we collected have been used as a confirmation of greenhouse gases emission estimated from satellite information. And they are now used in another EU funded project called CLIMAFRICA. The latter is centred on making climate change previsions and assessing its impacts on the availability of natural resources and the evaluation of the vulnerability of ecosystems.

Originally on Youris.com on 2nd of August 2013.

Julia Holter – Loud City Song

I locali della Belle Époque erano un trionfo di specchi. Creavano illusioni di spazi(o), determinavano giochi di luci e riflessi, ed erano un elemento caratteristico dell’architettura Liberty del tempo. Il più celebre tra essi forse è il Maxim’s di Parigi, dove nel musical omonimo del 1958 una Gigi poco più che ragazza fa il suo debutto in società al fianco dello “zio” Gaston, sotto lo sguardo indagatore di tutti i presenti. Che cosa sentisse il cuore di quella giovanetta della Belle Époque mentre il brusio si fermava per meglio osservare, per non perdere il dettaglio rivelatore, è uno dei varchi d’ingresso che Julia Holter ha scelto per indagare la città, metafora della società e delle relazioni umane, in un gioco di specchi continuo tra oggi, ieri (gli anni Cinquanta dell’amato musical diretto per il grande schermo da Vincent Minnelli) e l’altro ieri (la Belle Époque riflessa negli specchi dei caffè). Solo qualche anno fa il tessuto social, contrapposto a quello sociale, non lo avremmo definito “rumoroso”, come invece si sente spinta a fare la giovane autrice californiana oggi.

Gigi/Julia è il personaggio che fin dal 2011, epoca di transizione tra l’esordio Tragedy e il sophomore Ekstasis, ha preteso lo spazio. Una canzone sarebbe stata una limitazione alle possibili esplorazioni dell’immaginario estetico che ne scaturiva. Così eccoci a un’intero album pensato attorno alla Gigi/Julia che attraversa la città, che nel caso specifico è una Los Angeles tempio del cinema hollywoodiano, mai così adatta a riflettere la Parigi di fin de siècle. Fossimo negli anni Settanta avremmo già parlato di concept-album, ma siano oltre la frammentazione del post moderno (moltiplicata dagli specchi), per cui ci limitiamo a usare le parole della stessa Julia, che ha definitoLoud City Songs “un insieme coerente di canzoni e non già una raccolta di brani”.

World, in apertura, proietta tutto il materiale sonoro successivo esattamente in quella dimensione di sospensione che determina la scena del musical al Maxim’s, quella tumultuosa indagine dei sentimenti interiori così diversi dalla calma esteriore che la giovane Gigi contrappone allo sguardo dei galletti parigini. L’avessero girata oggi, quella scena, sarebbe un ralenti muto commentato musicalmente da una canzone fatta di pochi vocalizzi e qualche synth in un vuoto assordante. Rispetto allo scorso anno, Julia Holter ha potuto contare su di un vero studio di registrazione, con musicisti in carne ed ossa pronti a concretizzare i suoi desideri. Una situazione che ha reso possibile il bozzetto vaudeville/jazz sghembo che piacerà ai fratelli Friedberger e che è stato scelto anche come singolo (In The Green Wild) o la forza materica degli echi bristoliani (sponda Portishead) di Horns Surrunding Me e Hello Stranger. Tutto il disco è caratterizzato da una componente teatrale/cinematogafica non secondaria, così forte da far venire in mente altre giovanette dai sentimenti caotici che hanno calcato i palchi e sono apparse sullo schermo: dalla Audrey Hepburn protagonista di My Fair Lady (guarda caso musicata per Broadway e Hollywood dagli stessi autori di Gigi) all’ambigua oca giuliva Marilyn Monroe, che potrebbe addirittura sembrare un prototipo delle conseguenze della conversazione pubblica sulla sfera privata.

Spesso paragonata a Laurie Anderson per la sua capacità di tenere insieme sonorità colte e declinazioni pop, in realtà Julia Holter si rivela con questo disco più un’animale istintuale puramente estetico. Un’estetica, ben inteso, tanto a fuoco che nei suoi giochi di specchi e nelle sue stratificazioni infinite è più pregnante di quanto a un primo ascolto non si potrebbe pensare. Loud City Song è un disco modellato sapientemente, coerente, dai contenuti mai banali, che ha il pregio di mostrare ancora una volta gli immensi spazi che il pop può ancora esplorare. Ma per farlo, il musicista – narciso – deve prendere le distanze dallo specchio in cui si ammira e far entrare nell’immagine anche il contesto, l’ambiente e la vita (7.4).

Recensione apparsa su SentireAscoltare.com il 20 agosto 2013.

Se la mia bici avesse le orecchie

Per il World Listening Day, un compositore attrezza la sua due ruote con speciali microfoni e registra il paesaggio sonoro urbano in cui pedaliamo ogni giorno

Fin dagli anni Settanta il musicista e compositore canadese Murray Schafer lamentava come lo sviluppo urbano di Vancouver stesse cambiando in modo profondo suoni e rumori che ne caratterizzavano l’aspetto sonoro. Da quella semplice intuizione nacque il progetto World Soundscape Projec, che voleva catalogare i diversi ambienti sonori nei quali l’uomo vive. Il progetto è considerato il fondamento dell’ecologia acustica, ovvero la ricerca e lo studio di soluzioni per un paesaggio sonoro bilanciato, in cui le relazioni tra la comunità umana e l’ambiente sonoro siano armonici. Fin dal 2010 il padre dell’ecologia acustica e del concetto stesso di soundscape è celebrato nel giorno del suo compleanno, il 18 luglio (e quest’anno sono 80), con un’iniziativa globale, il World Listening Day. Vi contribuiscono artisti sonori, musicisti e compositori con performance, passeggiate sonore, field recordings e quant’altro serva a concentrare l’attenzione sui suoni e i rumori dei luoghi.

Nel corso degli anni la riflessione messa in moto da Schafer è uscita dalle accademie e ha coinvolto profondamente una nutrita schiera di artisti che non trovano spazio nei conservatori “ dove le arti sonore non vengono né praticate, né insegnate”, spiega Antonio Mainenti, compositore e musicista che per il World Listening Day 2013 ha preparato una performance su due ruote. “ Volevo partire dall’idea della passeggiata sonora e avvicinarla alla bicicletta”. Così ha costruito e montato un microfono a contatto con il telaio e utilizzato un microfono direzionale puntato verso il pignone. “Il microfono a contatto permette di registrare tutte le vibrazioni della bicicletta”, spiega Mainenti. Sull’altro microfono “ i protagonisti sono il cambio e la catena, ma in secondo piano possiamo sentire i motorini che ci sorpassano e i rumori ambientali che entrano in relazione sonora con la bicicletta”.

Ma che interesse può avere il mettersi nei “panni sonori” della bicicletta immersa nel paesaggio sonoro urbano? “ Intanto scopriamo che la bici sente le vibrazioni non solo quando è in movimento, ma percepisce anche quelle provocate dalle auto ferme al semaforo”, racconta Mainenti. Lo scopo è quello di alzare la nostra attenzione acustica quando ci troviamo nel traffico. Le orecchie delle bicicletta ci forniscono un nuovo punto di vista sull’ambiente che ci circonda. Il paesaggio sonoro in cui siamo immersi è diventato qualcosa a cui non prestiamo più tanta attenzione. Al punto che, osserva Mainenti, “ molta gente gira in bicicletta con le cuffie e la musica. Una pratica che oltre a farti perdere il paesaggio sonoro in cui ti muovi è anche pericolosa”.

Il teaser mostra solo un abbozzo della performance, che invece è stata realizzata per intero tra il 15 e il 17 luglio per le strade della città dove Antonio Mainenti vive. Il progetto finale prevede un video pronto per il 20 luglio, l’ultimo giorno delle celebrazioni a Schafer, e una serie di mappe scaricabili con i dati georeferenziati dei percorsi. “ Pavia è una città né troppo grande né troppo piccola, in qualche modo ideale per questo tipo di performance”, dice Mainenti, che spiega come abbia scelto i percorsi in modo da passare anche per zone di confine tra piste ciclabili e zone a traffico veicolare. “ La brusca interruzione delle zone ciclabili è una costante anche di città più grandi, come Milano”.

Per Antonio Mainenti, il punto fondamentale è quello della rieducazione all’ascolto. Nel 1963, un giovane Frank Zappa si presentò a uno show televisivo per utilizzare una bicicletta come uno strumento, cosa che Mainenti ha ripreso nel secondo video-teaser della performance, “ e veniva preso per un freak: eppure è dall’inizio del Novecento che i rumori vengono usati per la composizione musicale”. Schafer ha ipotizzato, ricorda Mainenti, “ che in futuro ci sarà una educazione sonora e musicale tale perché ognuno possa valutare cosa valga la pena ascoltare e cosa no”. Per questo Mainenti organizza passeggiate sonore con i bambini, per portare la loro attenzione sul soundscape che li circonda. La nostra ecologia sonora è talmente poco sviluppata e siamo così poco abituati ad ascoltare che “ ci è persino difficile distinguere i suoni tra di loro o dire cosa li abbia generati”. La sua, come tutte le performance del World Listening Day, ha proprio come scopo principale utilizzare field recording, arti performative e le arti sonore per stimolare “ l’orecchio umano che in questo periodo di civiltà delle immagini è stato praticamente abbandonato”.

Articolo pubblicato il 17 luglio 2013 su Wired.it

Madama Butterfly @La Fenice, 21 giugno 2013

Evento all’incrocio tra il festival organizzato dal teatro veneziano (“Lo spirito della musica di Venezia”) e la Biennale da poco aperta tra i Giardini di San’Elena e l’Arsenale

E’ un nastro di Moebius a dominare la scena di questa Madama Butterfly messa in scena dal Teatro della Fenice di Venezia: nel primo atto è sospeso e incombente sui cantanti della casa sulla collina di Nagasaki che dobbiamo totalmente immaginare, in entrambe le parti del secondo è poggiato nel mezzo del palco, a dividere più gli spazi della mente che quelli fisici. La simbologia scelta da Mariko Mori, qui alla prima prova con una scenografia d’opera, è un complesso rimando tra gli avviluppamenti infiniti del nastro e i circoli dei pensieri che per tre anni devono aver vorticato nella mente di Cio-Cio-San, la protagonista del dramma pucciniano, in attesa del suo amore, quel Pinkerton yankee fino al midollo ma anche vittima e stereotipo di ogni sguardo coloniale e colonialista.

Sulla superficie infinita di Moebius, sugli abiti prevalentemente bianchi dei personaggi (disegnati dalla Mori) e sulla scena esclusivamente bianca anch’essa, l’artista giapponese ha voluto posare i colori dei sentimenti, con giochi di luci colorate che si sommano a un lettura simbolica del dramma di una geisha venduta per sfuggire alla miseria, che sentendosi tradita proprio nei sentimenti, si toglie la vita e, dice la Mori, da una prospettiva giapponese lo fa per dare al figlio di quel sogno andato a male la possibilità di liberarsi dalle responsabilità della madre.

Harakiri e catarsi, sconfitta del corpo e vittoria dell’animo puro di Cio-Cio-San si compenetrano in una messa in scena di grande effetto emotivo, supportata da una regia (di Alex Rigola) che sottolinea ancor di più gli aspetti immateriali e astratti della vicenda. Una scelta che troverebbe probabilmente d’accordo lo stesso Puccini, che tolto l’estremo atto finale, ha scelto di mettere in scena solamente le conseguenze delle azioni (o poco più) dei personaggi. Gli anni di attesa scrutando il porto dalla collina, mentre il figlio cresceva senza padre, mentre Cio-Cio-San rifiutava pretendenti e respingeva le offerte del sensale Goro; e ancora mentre la famiglia d’origine l’aveva isolata e progressivamente si instaura un rapporto di quasi sorellanza con l’ancella Suzuki; tutte queste cose sono accennate nel libretto dell’opera e tutto il dramma si posa sulle spalle della protagonista, al contempo fragili e incrollabili. Regia, costumi e scenografia sottolineano questo dramma interiore e impalpabile con intelligenza e sicurezza.

Ottima e sicura la prova del soprano Amarilli Nizza, che con la Butterfly ha un rapporto oramai consolidato, essendo stato anche il suo ruolo d’esordio. Il giovane basco Andeka Gorotxategui ha il phisique du role perfetto per Pinkerton e mostra doti che gli garantiranno una solida carriera. Nota di merito particolare va a Manuela Custer nei panni di Suzuki: il mezzosoprano strappa alcuni degli applausi più fragorosi del teatro. Sharpless è interpretato da un elegantissimo Vladimir Stoyanov, mentre Nicola Pamio nei panni di Goro, con quegli occhiali da sole pacchiani, è lo stereotipo di tutti i papponi briatoreschi che al mondo sono sempre esistiti.

Chi pensasse che l’opera, il melodramma in particolare, sia un genere musicale oramai appartenente al passato si ravvederà dopo aver assistito a uno spettacolo come questo, con lo scontro tra due mondi (USA e Giappone) e due mentalità, due modi di vivere, che sembra perfetto commento al mondo che vediamo attorno a noi oggi. Merito al Festival “Lo spirito della musica di Venezia” che ha voluto esordire con questa produzione, che è anche un progetto speciale della 55° Biennale in corso e che ha il pregio di aver fatto toccare la musica di Puccini e un’artista visuale come Mariko Mori.

Articolo pubblicato il 9 luglio 2013 su Sentireascoltare.com