White Denim – Corsicana Lemonade

Pare che il genere più adeguato per definire questo nuovo full length, che esce a distanza di due anni dall’apprezzato D, sia “barbecue record”. Parola di James Petralli, mente e leader della band, che lo ha voluto mettere nero su bianco anche nella press release. Il significato di questa peculiare definizione va forse cercato nell’avvicinamento ancora più manifesto a un territorio più accessibile, in buona sostanza pop, che non cancella gli interessi per suoni prog-math-tropical-southern che ne caratterizzano da sempre la proposta, ma li fa propri, così da poter vestire le melodie. Adatte a un party tra amici, appunto.

Si prenda uno dei numeri miglior del lotto, New Blue Feeling, che al netto del virtuosismo chitarristico e dei cambi di ritmo, sarebbe potuta tranquillamente stare nell’ultimo disco di Iron & Wine: atmosfera agrodolce, chitarra acustica a menar la danza, stessa passione per una melodia cristallina che sa di Seventies anche se è stata scritta solo ieri. Altrove le cose tradiscono più apertamente le radici, come nell’opener At Night in Dreams, con angoli acuminati che ricordano le chitarre arrembanti dei Meat Puppets, il blues che piace a Tweedy di Cheer Up/Blues Ending, il southern di Limited By Stature. Come per i fratelli Kirkwood, sembra che l’aria degli stati del Sud porti a sintesi di generi codificati usando il rock come base chimica perfetta. In entrambi i casi sono servite una grande dose di talento melodico e una preparazione tecnica superiore alla media. Che il paragone sia di buon aspicio per Petralli e soci.

Lanterns On The Lake – Until The Colours Run

Del debutto Gracios Tide, Take Me Homescrivevamo che era uno di quei dischi che si sarebbero dimenticati al primo temporale autunnale, come gli amori estivi. Il secondo album, a due anni esatti di distanza, sceglie di irrobustire il sound dei Lanterns On The Lake, attingendo a territori più rock, cosicché il rapporto tra dream e folk della band di Newcastle si fa meno lieve, più spinto su territori epico-eroici che – sulla carta – ben si addicono alla voce angelica di Hazel Wide. Del riferimento arty per eccellenza, i Sigur Rós, rimane quella insistita ricerca dell’immobilità, del fotogramma (ancora una volta l’insistenza sull’immaginario cinematografico è forte) e dell’attimo perfetto. Quello che manca, accanto agli arrangiamenti comunque portati con mano sicura, sono le canzoni. E per quelle, gli artisti pop, devono essere valutati.

Scrivevamo due anni fa che più che narrare, la musica dei Lanterns On The Lake ha il desiderio di evocare: atmosfere, sensazioni, momenti. Nonostante il parziale cambio di tavolozza cui accennavamo, con in più la scomparsa da dietro i microfoni di Paul Gregory, la barra non sembra essersi spostata più di tanto. Manca sempre quel guizzo che faccia restare in memoria melodie e brani, mentre talvolta si è sorpresi negativamente da un’inseguimento sui Seventies di una band come Florence And The Machine (ascoltare la title-track per avere conferma): sul fronte della personalità, della forza “rituale”, ma soprattutto delle melodie e della scrittura (si ascolti una scialba Elodie, che dovrebbe dare il tono al disco, o una poco convinta You Soon Learn)  il confronto a volte appare poco generoso per Hazel e compagni.

San Fermin – s/t

Ellis Ludwig-Leone ha studiato composizione e musica a Yale, e vuole farlo sentire forte e chiaro. Il suo disco di esordio – che porta lo stesso nom de plume che si è scelto – San Fermin, lo conferma in ogni dove, con arrangiamenti complessi che chiamano in causa il pop orchestrale dei Sixties altezza Scott Walker, ma tende di più ad assomigliare a certe prove non sempre a fuoco dell’ultimo Sufjan Stevens. Certo, il ragazzo ha solo 22 anni e le 17 canzoni sono state scritte nel lasso di sei settimane mentre era intento a coltivare lo spleen tra British Columbia e Alberta.

Il coté da cui esce San Fermin è la stessa Brooklyn di Grizzly BearDirty Projector (richiamati più volte nel disco) e dello stesso Stevens, un humus nel quale l’arditezza sempre più spinta, il tentativo di dare sempre un scarto imprevisto alle proprie composizioni a volte sconfina nell’eccesso, compromettendo in parte quanto di buono c’è in forno. Difficile isolare episodi singoli, in un disco concepito come un flusso di coscienza unitario. Diremo solo che in un attacco come quello dell’opener Reinassance! si ha per un’attimo l’impressione di essere all’ascolto di un incrocio tra Cherry Ghost e Meat Loaf. Per fortuna non è così, ma il solo fatto che il pensiero possa andare in quella direzione sottolinea come la linea dell’eccesso sia poco, veramente poco, al di là dall’essere scavalcata.

La varietà di situazioni e soluzioni messe in campo testimoniano sicuramente il talento di Ellis Ludwig-Leone, con un’ambizione fortissima che non diventa molesta, ma che ha bisogno di un giro di ghiera dell’obiettivo per andare davvero a fuoco.

Josephine Foster – I’m A Dreamer

Per l’ottavo album da solista, la folk singer del Colorado mette da parte esotismi spagnoleggianti e, a quanto pare, anche il sodalizio musicale con (l’ex) compagno Victor Herrero. Se già il precedente Blood Rushingaveva segnato il ritorno al di là dell’oceano, I’m A Dreamer riannoda i fili del folk con Nashville (città in cui è stato registrato), con l’apporto di musicisti misurati ma dall’eleganza senza tempo. Potrebbe essere considerato il disco più accessibile per un’artista sempre intenta a caricare di uno strato “ulteriore” la già buona musica folk che scrive, si tratti di interpretazioni di poesie di Emily Dickinson o di Federico Garcia Lorca. Questa volta la Foster sembra aver deciso di voler fare tutto da sè, con una sicurezza che la vede già proiettata (ma lo era già) tra le grandi interpreti del folk internazionale.

Teso per la sua interezza sulle vene sopranili del canto sempre più raffinato della Foster, sul piano musicale il disco si allontana dai muscoli della band spagnola di Perlas e Anda Jaleo; un lavoro di sottrazione tutto giocato su toni delicati e su ritmi medio-bassi che ben si accordano ai sognatori del titolo. Nonostante non sia un concept, comunque, il sapore unitario del corpus di canzoni rende insensato soffermarsi su di un singolo episodio. Verrebbe da dire che nell’ascolto ci si debba lasciare cullare da quel dormiveglia in cui i sognatori riescono a ricordare i sogni, tra dissolvenze al bianco e gli svolazzi in tremolo della voce di Josephine. Oramai un’artista che non assomiglia ad altri che a se stessa, pur avendo deciso di portare con sé una lunga tradizione.

The Wave Pictures – City Forgiveness

L’arte del depistaggio. Potremmo anche pensare in questi termini al trio di Leicester (pienissimo UK), che dal 1998 ci ha inondato di musica filologicamente newyorkese (ma spesso “barando”). E’ stato un gioco di slackness, mimetizzazione indie, postulati anti-folk, tutti confermati (e smentiti allo stesso tempo) da questo quinto disco per Moshi MoshiCity Forgiveness è un doppio, 20 brani per una novantina di minuti di musica, che David Tattersall dichiara di aver praticamente composto per intero mentre la band era in tour negli States con gli Allo Darlin’ (con cui qui sembrano condividere più di una semplice amicizia musicale). Se pensate ai tre anni intercorsi tra Neon Bible e The Suburbs degli Arcade Fire, non si può non pensare all’ennesima, sottile, ironia graffiante.

Aneddottica a parte, come suonano questi venti brani Wave Pictures? Come sempre, ci si trova dentro di tutto. La chitarra di Neil Young altezza American Stars ‘n Bars nell’opener All My Friends, momenti assurdamente Dire Straits (The Ropes), outtake da Graceland di Paul Simon(Before This Day), spore Talking Heads in trip africano (The Inattentive Reader), rock sudato tex mex (Lisbon), calypso solari (Whisky Bay), ballad sornione (Like Smoke). Senza dimenticare iModern Lovers, il Lou Reed meno oltranzista e ovviamente Hefner.

Da un gruppo come i Wave Pictures non ci si deve aspettare un colpo d’ala improvviso che lo spinga fuori dall’indie-mondo. Tra altri quindici anni, probabilmente, continueranno a sfornare dischi a spron battuto. E nessuno meno che paradigmatico di cosa voglia dire fare un disco indie. Oramai giocano nello stesso campo di icone del genere come Yo La Tengo e Low. Mica poco.

Billy Bragg – Life’s A Riot (30th Anniversary Edition)

Nella sua personale parabola Billy Bragg sottolinea come l’esordio del 1983 “occupi un posto speciale nel mio cuore, come il primo passo in un viaggio lungo un trentennio che mi ha visto toccare posti che non avrei mai immaginato nel 1983“. E si è trattato di un viaggio davvero speciale nel mondo della musica, specialmente quella inglese, con la sua forte matrice politico-sociale, un’attitudine totalmente punk ma i piedi affondati nel folk d’Albione. La copertina, qui riproposta tale e quale, mette insieme tutti gli elementi di una carriera: la citazione delle cover dei Penguin Classics per la mai nascosta aspirazione letteraria (Penguin è anche l’editore della recente autobiografia di Morrissey) e una lampada da cantiere a ricordare la provenienza working class per uno che è passato attraverso l’esercito e mille lavori precari.

Sulla forza dei diciassette minuti originali, c’è poco da dire: siamo di fronte a un capolavoro. Canzoni come A New England e To Have And Not To Have hanno segnato uno stile e un marchio di fabbrica che porterà Bragg con coerenza, estetica ed etica, fino al Tooth And Nails uscito quest’anno. Billy Bragg, rispettato tanto da questa parte dell’Oceano Atlantico quanto da quell’altra (ricordate i due dischi con i Wilco?), è stato capace di attraversare, senza perdere un oncia della propria forza, l’opposizione alla Tatcher degli anni Ottanta e le trasformazioni sociali che la sua Inghilterra (e tutto il mondo) hanno subito negli ultimi anni. E’ stato capace di tenere insieme lo sguardo analitico del folk con la rabbia che condivideva con suoi coevi come Joe Strummer e Elvis Costello. Questa riedizione per i trent’anni di Life’s A Riot (titolo programmatico, se ce n’è mai stato uno), mostra come non abbia perso un grammo di quella forza primigenia.

Il disco fu già ristampato nel 2006 ed è ancora facile trovarlo sugli scaffali elettronici del web, per cui c’è da pensare che in questa ristampa, disponibile anche in vinile, ci sia solo la voglia di celebrare una carriera. Se lo avete già nella vostra collezione, la registrazione live del 5 giugno scorso alla London Union Chapel non giustifica l’acquisto. Se invece vi siete avvicinati al Bragg musicista con le ultime fatiche, fareste bene a prendere contatto con i graffi dei suoi 25 anni.

 

Okkervil River – The Silver Gymnasium

Per l’ottava fatica di studio della band che deve il proprio nome al titolo di un racconto di una discendente di Aleksei Nikolaevich Tolstoi, gli Okkervil River tornano a calcare il solco del concept album come già avvenne con Stage Names (dove però si osava di più sul fronte di un rock ruspante ma barocco, quasi privo di ritornelli) e Black Sheep Boy (che aveva dalla sua una maggiore ispirazione generale). Qui la produzione è affidata a John Agnello, già al servizio di Cyndi Lauper e John Mellencamp: non proprio idoli dell’indie-folk. Il suono rimane quello di sempre, ma per le cartoline da Meriden (New Hampshire), la città natale del Will Shelf che le firma tutte, l’attitudine è meno sanguigna e meno folk che mai. L’operazione è quella di un album di solida tradizione americana, al confine (forse si tenta il salto, visto il produttore) di un mainstream mai così alla portata di major indie come gli Okkervil River.

Il problema è che tolta l’aura hipster della presentazione del disco in grafica 8-bit e delle atmosfere d’antan della copertina, si ha l’impressione di un disco scritto con il pilota automatico e, come già si notava da queste parti, costruito artificialmente attorno ad elementi che funzionano, strizzando contemporaneamente l’occhio ai fan di vecchia data e a un potenziale pubblico da stadio. Quello, per intenderci, di un Bruce Springsteen cantore dell’America media (Meridien come il New Jersey?) o degli Arcade Fire e di tutti i loro Suburbs. Dovrebbe essere significativo che il brano più riuscito sia una cavalcata krauta (Walking Without Frankie, che fin dal titolo rimanda ai Suicide di Frankie Teardrop a cui sembra aver rubato la base). Da galera, invece, le tastierone Ottanta messe in apertura di Stay Young: farebbero vergognare anche Boy George.