Cumulus – I Never Meant It To Be Like This

C’è stato un momento a fine anni Novanta in cui anche insospettabili cultori del grunge e del rock che avevano dominato Videomusic e MTV in quel decennio, oltre che le classifiche di vendita, si lasciarono tentare da alcune canzoni pop dolci come sogni proibiti. Erano due canzoni daheavy rotation che avevano fatto innamorare anche i cuori più crudi, con una miscela di sugardream praticamente perfetta: Kiss Me e There She Goes. Chi fossero questi Sixpence None The Richer non lo sapevamo e poco importava che i più informati sostenessero che si trattasse di una band christian rock. Sapevamo bene però che quando Leigh Nash ci chiedeva di baciarla, non avremmo potuto rifiutare. Avremmo poi scoperto che There She Goes era una cover dei La’s, ma questa è un’altra storia.

La stessa sensazione, oltre sedici anni dopo (il debutto dei Sixpence usciva nel 1997) e con una certa (?) maturità in più, ci arriva con le canzoni di questo esordio dei Cumulus, band dell’area di Seattle che si è fatta un nome nella scena locale come supporting band dai nomi più blasonati come Wild Flag e Gold Leaves. La voce sensualmente eterea di Alexandra Niedzialkowski è sostenuta egregiamente da Lance Umble alla chitarra e Leah Julius alla basso, per una miscela jangle/dream/sugar-pop che è perfetta come un fiocco di neve. Nessuna deroga ai must del genere, ma la grazia di dieci quadretti che si incollano all’orecchio e non vogliono più andar via. A qualcuno tutto questo darà la sensazione di sentirsi (o voler essere) più giovane di quanto non sia in realtà.

Da Sentireascoltare.com

Un cuore spaziale

Inizia la sperimentazione su pazienti umani del cuore artificiale permanente, che dovrebbe assicurare una durata maggiore di qualsiasi altro impianto mai visto finora.

Unire la conoscenza biologica e anatomica del cuore umano con la tecnologia sviluppata per i satelliti spaziali. In estrema sintesi è questa la ricetta per la realizzazione del cuore artificiale pensato per essere impiantato e portato dai pazienti sul lungo periodo. Tra i progetti di questo tipo è il più avanzato e lo ha sviluppato un’azienda francese, Carmat, spin off del gigante del settore aerospaziale Astrium, con il sostegno del governo francese. Ci sono voluti 15 anni di ricerche e sperimentazioni sotto lo spirito-guida di Alain Carpentier, chirurgo francese noto come il padre delle attuali tecniche chirurgiche per gli interventi sulle valvole cardiache.

Carmat ha realizzato il primo cuore completo all’inizio del 2013, ma la novità che sta facendo il giro del mondo è che dopo Slovenia, Polonia e Arabia Saudita, anche la Francia ha ottenuto ha già ottenuto l’approvazione per iniziare la sperimentazione su pazienti umani. Saranno così 4 i cuori artificiali che verranno impiantati nel prossimo futuro su altrettanti pazienti per la sperimentazione sugli esseri umani.

A fare ulteriormente parlare del progetto è l’impiego delle stesse tecnologie utilizzate da Astrium per costruire i satelliti che ha mandato in orbita. Il cuore artificiale ha dentro di sé un vero e proprio computer, capace di monitorare il funzionamento della macchina grazie a una serie di sensori. Lo stesso a quanto avviene per i satelliti, ma in uno spazio 100 volte inferiore. Per renderlo il più biocompatibile possibile si è scelto di usare direttamente un pericardio (la membrana che circonda il cuore) di origine animale (mucca): in questo modo si riduce al minimo il contatto tra i materiali sintetici e il corpo del ricevente. Anche le valvole cardiache, derivate dalle ricerche di Carpentier, sono di origine biologica.

Altro aspetto fondamentale derivato dall’esperienza tecnologica di Astrium è l’affidabilità. Sperimentazioni con cuori artificiali permanenti sono già state condotte negli ultimi anni, ma la tecnologia di Carmat promette di far registrare una sicurezza sul lungo termine del tutto nuova. Gli sviluppatori del cuore artificiale può contrarsi 35 milioni di volte all’anno per almeno 5 anni senza perdere un colpo, un po’ come deve avvenire per gli oggetti artificiali in orbita geostazionaria a 36mila chilometri dalla Terra, dove intervenire per riparazioni e correzioni ha costi elevati e, talvolta, non è possibile.

La storia dei cuori artificiali è parallela a quella dei trapianti. Il primo trapianto fu eseguito in Sud Africa, dall’equipe di Christiaan Barnard nel 1967. L’operazione fu un successo, ma il trapiantato sopravvisse solamente 18 giorni. Le cose andarono meglio nel 1968, con il secondo paziente di Barnard, che visse 19 mesi dopo il trapianto. In Italia il primo trapianto di cuore venne eseguito a Padova da Vincenzo Gallucci nel 1985. Fin dagli anni Cinquanta la medicina ha lavorato per sviluppare un cuore artificiale. Un sogno che ha prodotto macchine estremamente utili, ma che sono utilizzabili solamente per brevi periodo. Uno dei problemi più grossi, oltre all’affidabilità, è solitamente che i cuori artificiali prevedono una pompa esterna al corpo del paziente, fatto che oltre a rendere scomoda la vita del paziente, lo espone al rischio di infezioni.

Da Wired.it del 3 gennaio 2014

 

L’intreccio tra accademia e industria

con Elisabetta Tola, reportage apparso sul numero di domenica 15 dicembre 2013 di Nòva – Il Sole 24 Ore

Sarà un caso, ma proprio a Grenoble ha sede il secondo editore francese, Glénat, leader nei “bande dessinée”. Caso, perché Glènat qui è nato e vi ha voluto riportare la sua azienda in anni recenti. Sintomo forse che la città oggi è uno dei poli attrattori più dinamici d’Europa. Secondo un’indagine di «Forbes», la patria di Stendhal tra i massicci alpini del Vercors e della Charteuse è quinta al mondo per numero di brevetti pro capite.
Tra i 160mila abitanti, 6mila sono ricercatori, di cui un terzo straniero.

Allargando lo sguardo all’area metropolitana (circa 450mila abitanti) scopriamo che 1 lavoratore su 7 è legato al settore ricerca e sviluppo. Una situazione virtuosa destinata a migliorare nel 2015 con il completamento del nuovo campus dell’innovazione Giant. «Vogliamo costruire un polo di eccellenza per attrarre ricercatori di livello mondiale», ci racconta William Stirling, scientific expert di una delle colonne di Giant, il Cea-Grenoble, istituto che fa ricerca sull’energia.

Non è solo una fusione di istituti e università, ma una rete di specializzazioni che lavorano in modo fluido in una città che lo stesso Giant sta contribuendo a cambiare, con un occhio alla sostenibilità. Una parte dell’elettricità deriverà dallo sfruttamento con una turbina sperimentale della corrente del fiume Drac che costeggia il campus. Quasi nessuna auto in circolazione, ma bici e mezzi elettrici per spostarsi tra il sincrotrone, i laboratori e i nuovi alloggi per i 10mila studenti che li popoleranno. Giant, quindi, «ecosistema dell’innovazione», come lo vede Loick Roche, direttore della Scuola di Management integrata nel progetto per sostenere lo sviluppo del business. Già oggi a fronte di un budget annuo di 1 miliardo e mezzo di euro, il ritorno sulla città è di 4 miliardi. L’intreccio tra accademia e industria è esplicito passando da un laboratorio all’altro. Le biotecnologie si fondono con le nanotech e con la fisica delle alte energie. Il micro e il nano dialogano a distanza ravvicinata.

All’Esrf c’è il sincrotrone a raggi X più brillante del mondo. Sostenuto con 100 milioni l’anno da oltre 40 Paesi, dal 2004 è stato usato da più di 10mila scienziati, tra cui 4 Nobél. Si studiano i cristalli delle proteine, si analizzano fossili rinchiusi nel l’ambra, si indaga a livello atomico la trasformazione della sabbia in vetro e molto altro. Le 40 beam lines collegate ad altrettante stazioni-laboratorio lavorano in contemporanea e il prezioso “tempo-macchina” viene assegnato dopo una selezione molto stringente. Solo i migliori progetti hanno il via libera, e usano la struttura gratuitamente con l’obbligo di pubblicarne i risultati. I privati pagano e in cambio mantengono il segreto industriale.

Il ritorno c’è, come spiega il direttore Francesco Sette: «In Francia gli ordini industriali sono il doppio degli investimenti. La Germania arriva in pari». La nota dolente riguarda noi. L’Italia è il secondo investitore, con il 13% del budget, ma ha un ritorno della metà, a conferma della difficoltà delle nostre istituzioni scientifiche a collaborare con le aziende. In più a Esrf il 50% dei dottorandi e il 30% dei post doc sono italiani.
Dai raggi X alle micro e nanotech l’atmosfera è la stessa. Bardati di tuta bianca per non alterare l’ambiente privo di polveri, entriamo nella clean room del Minatec, dove si studiano e costruiscono micro e nanochip. Qui la collaborazione con i partner industriali è centrale e ai 1.200 ricercatori sono affiancati 600 esperti di trasferimento tecnologico. Il budget annuo è di 300 milioni, ripagato da 300 brevetti e 1.200 pubblicazioni scientifiche, oltre alle decine di startup. Uno dei nomi ricorrenti che sentiamo è quello di StMicroelectronics, legata a Minatec sia sotto il profilo della ricerca che della formazione.

Laboratorio dopo laboratorio, la formula non varia: accento sulla dimensione orizzontale senza barriere tra pubblico e privato, e coraggio di investire anche in una fase di crisi. Fondi che per Giant vanno quasi a metà tra ricerca e sviluppo (700 milioni entro il 2015) e miglioramento di territorio e qualità della vita (600 milioni). La morale si può riassumere così: per creare ricchezza dalla conoscenza si deve anche trasformare l’ambiente urbano in cui è inserita.

Jordi Savall & Hesperion XXI – Balkan Spirit

Cogliere uno spirito variegato come quello che caratterizza una tradizione musicale polimorfa come quella balcanica, può sembrare un’impresa impossibile. Ma se a provarci è un gigante dello scavo nella musica tradizionale e antica come Jordi Savall, il progetto appare un po’ meno irrealistico. Come oramai gli capita da trent’anni, il Nostro si avvale degli Hespèrion XXI, cui però manca il carisma e il talento della moglie Montserrat Figueras, scomparsa nel 2011. L’assenza di canto per tutte le 19 tracce che compongono il CD è quasi un silenzioso omaggio alla musa scomparsa, mentre di esplicito c’è l’elegia per viola da gamba composta dallo stesso Savall e posta in chiusura del programma: è dedicata a una ragazza di un villaggio che se n’è andata e non è più tornata.

Tra danze, lamenti tzigani, musiche per i giorni di festa, Jordi Savall e il gruppo multietnico di musicisti che lo accompagna hanno ricostruito una geografia dei Balcani che va oltre l’idea comune che ne abbiamo. Ricorda infatti lo stesso Savall, nel corposo libretto che accompagna il CD (e che è tradotto in 13 lingue), che quest’area dell’Europa potrebbe ragionevolmente essere una delle culle culturali del continente: troppo spesso dimenticata e troppo spesso martoriata dalla violenza. Ecco allora fare capolino, tra tradizioni sefardite, rumene, serbe, croate, bulgare, rom e macedoni, anche quella greca, quella turca e quella curda. Con una sua idea tipica, Savall suggerisce che i confini delle musiche non coincidono con quelli delle nazioni, per cui due popoli che oggi si guardano in cagnesco, come quello greco e quello turco (per un certo periodo anche accumunati dalla dominazione ottomana), in realtà condividono tradizioni musicali con radici più profonde delle guerre e delle divisioni.

Se vi avvicinate a questo disco con nelle orecchie quella musica (presunta) balcanica che sta diventando quasi un tormentone parodistico, vi troverete spiazzati. Non che manchino gli uptempo per ballare o i ritmi in levare, tutt’altro. Ma accanto a una perizia musicale superba, troverete anche il gusto intellettuale per la filologia musicale, la passione per sfumature più variegate dello spettro musicale, la capacità non comune di intravvedere fili rossi tra brani scritti a secoli di distanza, il rispetto per trasformazioni storico-culturali lunghe millenni. Non è pret-a-porter, ma è tra le proposte più vitali che si possano incontrare nel solco delle tradizioni.

Alasdair Roberts & Robin Robertson – Hirta Songs

Il 29 settembre 2013, all’età di 88 anni, è morto Norman John Gillies, l’ultima voce di St Kilda, come l’ha ricordato la stampa britannica. Gillies era l’ultimo abitante di questo piccolo arcipelago delle Ebridi esterne che fu completamente fatto evacuare negli anni Trenta del Novecento, quando il governo ritenne che le condizioni di vita sulle isole fossero troppo dure. La storia di Gillies è un po’ quella di tutti coloro che furono forzati ad abbandonare la loro piccola patria per adattarsi, spesso senza riuscirvi, a una vita molto lontana dalla condivisione forzata a cui spingevano le estreme condizioni su Hirta e le altre isole dell’arcipelago. La storia di St Kilda e dell’esodo è materiale perfetto per un altro viaggio nella memoria che Alasdair Roberts intraprende in compagnia del poeta Robin Robertson.

Dopo la collaborazione con Mairi Morrison, e il recente A Wonder Working Stone in compagnia di friends, realizzati in studio, Hirta Songs è registrato dal vivo, fatto che restituisce tutto il fascino dell’evento. A brani vicini alla tradizione scozzese, cantati ora in inglese, ora in scozzese, si aggiungono due letture di poesie dalla viva voce di Robertson stesso. Qui la chitarra di Roberts è poco più che un tappeto discreto sul quale, in particolare nell’intensa Leaving St Kilda, il poeta gioca con le intonazioni, le allitterazioni e gli accenti, tanto che gli oltre nove minuti non sono un limite per la godibilità del brano. Oltre a dover segnalare il prezioso lavoro di Tom Crossley alle percussioni e di Corrina Hewat all’arpa, accanto a collaboratori abituali come Stevie Jones e Rafe Fitzpatrick, la grande sorpresa è la presenza di Robin Williamson, uno dei fondatori dell’Incredible String Band. Qui suona una particolare versione del violino – l’hardanger fiddle, utilizzato soprattutto nella musica folk nordica – e la sua presenza è la realizzazione di un sogno per Roberts, che più volte aveva espresso la volontà di collaborare con il grande vecchio.

Hirta Songs non sarà forse uno degli album importanti della carriera di un Roberts che si sta ritagliando uno spazio importante nel folk europeo, ma è un gustoso complemento perfettamente coerente con il suo percorso. Prezioso.

Zambia’s drive for no more malaria

So far this year, Zambia has spent US$24 million on malaria control. Because of its commitment to battling the disease, Zambia was chosen to host the pilot project of the Power of One campaign promoted by the NGO Malaria No More. The goal is to deliver three million malaria tests and treatments in the country for children under five by 2015.

For each dollar donated, the campaign will provide one malaria test and one set of treatment. Donors from all over the world are expected to contribute to the campaign, but, given the small sum required for each donation, Malaria No More anticipates that people from developing countries will take part too. The campaign accepts donations made through mobile phones and so hopes to benefit from the massive penetration of mobile technology in Africa.

White Denim – Corsicana Lemonade

Pare che il genere più adeguato per definire questo nuovo full length, che esce a distanza di due anni dall’apprezzato D, sia “barbecue record”. Parola di James Petralli, mente e leader della band, che lo ha voluto mettere nero su bianco anche nella press release. Il significato di questa peculiare definizione va forse cercato nell’avvicinamento ancora più manifesto a un territorio più accessibile, in buona sostanza pop, che non cancella gli interessi per suoni prog-math-tropical-southern che ne caratterizzano da sempre la proposta, ma li fa propri, così da poter vestire le melodie. Adatte a un party tra amici, appunto.

Si prenda uno dei numeri miglior del lotto, New Blue Feeling, che al netto del virtuosismo chitarristico e dei cambi di ritmo, sarebbe potuta tranquillamente stare nell’ultimo disco di Iron & Wine: atmosfera agrodolce, chitarra acustica a menar la danza, stessa passione per una melodia cristallina che sa di Seventies anche se è stata scritta solo ieri. Altrove le cose tradiscono più apertamente le radici, come nell’opener At Night in Dreams, con angoli acuminati che ricordano le chitarre arrembanti dei Meat Puppets, il blues che piace a Tweedy di Cheer Up/Blues Ending, il southern di Limited By Stature. Come per i fratelli Kirkwood, sembra che l’aria degli stati del Sud porti a sintesi di generi codificati usando il rock come base chimica perfetta. In entrambi i casi sono servite una grande dose di talento melodico e una preparazione tecnica superiore alla media. Che il paragone sia di buon aspicio per Petralli e soci.