Jordi Savall & Hesperion XXI – Balkan Spirit

Cogliere uno spirito variegato come quello che caratterizza una tradizione musicale polimorfa come quella balcanica, può sembrare un’impresa impossibile. Ma se a provarci è un gigante dello scavo nella musica tradizionale e antica come Jordi Savall, il progetto appare un po’ meno irrealistico. Come oramai gli capita da trent’anni, il Nostro si avvale degli Hespèrion XXI, cui però manca il carisma e il talento della moglie Montserrat Figueras, scomparsa nel 2011. L’assenza di canto per tutte le 19 tracce che compongono il CD è quasi un silenzioso omaggio alla musa scomparsa, mentre di esplicito c’è l’elegia per viola da gamba composta dallo stesso Savall e posta in chiusura del programma: è dedicata a una ragazza di un villaggio che se n’è andata e non è più tornata.

Tra danze, lamenti tzigani, musiche per i giorni di festa, Jordi Savall e il gruppo multietnico di musicisti che lo accompagna hanno ricostruito una geografia dei Balcani che va oltre l’idea comune che ne abbiamo. Ricorda infatti lo stesso Savall, nel corposo libretto che accompagna il CD (e che è tradotto in 13 lingue), che quest’area dell’Europa potrebbe ragionevolmente essere una delle culle culturali del continente: troppo spesso dimenticata e troppo spesso martoriata dalla violenza. Ecco allora fare capolino, tra tradizioni sefardite, rumene, serbe, croate, bulgare, rom e macedoni, anche quella greca, quella turca e quella curda. Con una sua idea tipica, Savall suggerisce che i confini delle musiche non coincidono con quelli delle nazioni, per cui due popoli che oggi si guardano in cagnesco, come quello greco e quello turco (per un certo periodo anche accumunati dalla dominazione ottomana), in realtà condividono tradizioni musicali con radici più profonde delle guerre e delle divisioni.

Se vi avvicinate a questo disco con nelle orecchie quella musica (presunta) balcanica che sta diventando quasi un tormentone parodistico, vi troverete spiazzati. Non che manchino gli uptempo per ballare o i ritmi in levare, tutt’altro. Ma accanto a una perizia musicale superba, troverete anche il gusto intellettuale per la filologia musicale, la passione per sfumature più variegate dello spettro musicale, la capacità non comune di intravvedere fili rossi tra brani scritti a secoli di distanza, il rispetto per trasformazioni storico-culturali lunghe millenni. Non è pret-a-porter, ma è tra le proposte più vitali che si possano incontrare nel solco delle tradizioni.

Alasdair Roberts & Robin Robertson – Hirta Songs

Il 29 settembre 2013, all’età di 88 anni, è morto Norman John Gillies, l’ultima voce di St Kilda, come l’ha ricordato la stampa britannica. Gillies era l’ultimo abitante di questo piccolo arcipelago delle Ebridi esterne che fu completamente fatto evacuare negli anni Trenta del Novecento, quando il governo ritenne che le condizioni di vita sulle isole fossero troppo dure. La storia di Gillies è un po’ quella di tutti coloro che furono forzati ad abbandonare la loro piccola patria per adattarsi, spesso senza riuscirvi, a una vita molto lontana dalla condivisione forzata a cui spingevano le estreme condizioni su Hirta e le altre isole dell’arcipelago. La storia di St Kilda e dell’esodo è materiale perfetto per un altro viaggio nella memoria che Alasdair Roberts intraprende in compagnia del poeta Robin Robertson.

Dopo la collaborazione con Mairi Morrison, e il recente A Wonder Working Stone in compagnia di friends, realizzati in studio, Hirta Songs è registrato dal vivo, fatto che restituisce tutto il fascino dell’evento. A brani vicini alla tradizione scozzese, cantati ora in inglese, ora in scozzese, si aggiungono due letture di poesie dalla viva voce di Robertson stesso. Qui la chitarra di Roberts è poco più che un tappeto discreto sul quale, in particolare nell’intensa Leaving St Kilda, il poeta gioca con le intonazioni, le allitterazioni e gli accenti, tanto che gli oltre nove minuti non sono un limite per la godibilità del brano. Oltre a dover segnalare il prezioso lavoro di Tom Crossley alle percussioni e di Corrina Hewat all’arpa, accanto a collaboratori abituali come Stevie Jones e Rafe Fitzpatrick, la grande sorpresa è la presenza di Robin Williamson, uno dei fondatori dell’Incredible String Band. Qui suona una particolare versione del violino – l’hardanger fiddle, utilizzato soprattutto nella musica folk nordica – e la sua presenza è la realizzazione di un sogno per Roberts, che più volte aveva espresso la volontà di collaborare con il grande vecchio.

Hirta Songs non sarà forse uno degli album importanti della carriera di un Roberts che si sta ritagliando uno spazio importante nel folk europeo, ma è un gustoso complemento perfettamente coerente con il suo percorso. Prezioso.

Zambia’s drive for no more malaria

So far this year, Zambia has spent US$24 million on malaria control. Because of its commitment to battling the disease, Zambia was chosen to host the pilot project of the Power of One campaign promoted by the NGO Malaria No More. The goal is to deliver three million malaria tests and treatments in the country for children under five by 2015.

For each dollar donated, the campaign will provide one malaria test and one set of treatment. Donors from all over the world are expected to contribute to the campaign, but, given the small sum required for each donation, Malaria No More anticipates that people from developing countries will take part too. The campaign accepts donations made through mobile phones and so hopes to benefit from the massive penetration of mobile technology in Africa.

White Denim – Corsicana Lemonade

Pare che il genere più adeguato per definire questo nuovo full length, che esce a distanza di due anni dall’apprezzato D, sia “barbecue record”. Parola di James Petralli, mente e leader della band, che lo ha voluto mettere nero su bianco anche nella press release. Il significato di questa peculiare definizione va forse cercato nell’avvicinamento ancora più manifesto a un territorio più accessibile, in buona sostanza pop, che non cancella gli interessi per suoni prog-math-tropical-southern che ne caratterizzano da sempre la proposta, ma li fa propri, così da poter vestire le melodie. Adatte a un party tra amici, appunto.

Si prenda uno dei numeri miglior del lotto, New Blue Feeling, che al netto del virtuosismo chitarristico e dei cambi di ritmo, sarebbe potuta tranquillamente stare nell’ultimo disco di Iron & Wine: atmosfera agrodolce, chitarra acustica a menar la danza, stessa passione per una melodia cristallina che sa di Seventies anche se è stata scritta solo ieri. Altrove le cose tradiscono più apertamente le radici, come nell’opener At Night in Dreams, con angoli acuminati che ricordano le chitarre arrembanti dei Meat Puppets, il blues che piace a Tweedy di Cheer Up/Blues Ending, il southern di Limited By Stature. Come per i fratelli Kirkwood, sembra che l’aria degli stati del Sud porti a sintesi di generi codificati usando il rock come base chimica perfetta. In entrambi i casi sono servite una grande dose di talento melodico e una preparazione tecnica superiore alla media. Che il paragone sia di buon aspicio per Petralli e soci.

Lanterns On The Lake – Until The Colours Run

Del debutto Gracios Tide, Take Me Homescrivevamo che era uno di quei dischi che si sarebbero dimenticati al primo temporale autunnale, come gli amori estivi. Il secondo album, a due anni esatti di distanza, sceglie di irrobustire il sound dei Lanterns On The Lake, attingendo a territori più rock, cosicché il rapporto tra dream e folk della band di Newcastle si fa meno lieve, più spinto su territori epico-eroici che – sulla carta – ben si addicono alla voce angelica di Hazel Wide. Del riferimento arty per eccellenza, i Sigur Rós, rimane quella insistita ricerca dell’immobilità, del fotogramma (ancora una volta l’insistenza sull’immaginario cinematografico è forte) e dell’attimo perfetto. Quello che manca, accanto agli arrangiamenti comunque portati con mano sicura, sono le canzoni. E per quelle, gli artisti pop, devono essere valutati.

Scrivevamo due anni fa che più che narrare, la musica dei Lanterns On The Lake ha il desiderio di evocare: atmosfere, sensazioni, momenti. Nonostante il parziale cambio di tavolozza cui accennavamo, con in più la scomparsa da dietro i microfoni di Paul Gregory, la barra non sembra essersi spostata più di tanto. Manca sempre quel guizzo che faccia restare in memoria melodie e brani, mentre talvolta si è sorpresi negativamente da un’inseguimento sui Seventies di una band come Florence And The Machine (ascoltare la title-track per avere conferma): sul fronte della personalità, della forza “rituale”, ma soprattutto delle melodie e della scrittura (si ascolti una scialba Elodie, che dovrebbe dare il tono al disco, o una poco convinta You Soon Learn)  il confronto a volte appare poco generoso per Hazel e compagni.

San Fermin – s/t

Ellis Ludwig-Leone ha studiato composizione e musica a Yale, e vuole farlo sentire forte e chiaro. Il suo disco di esordio – che porta lo stesso nom de plume che si è scelto – San Fermin, lo conferma in ogni dove, con arrangiamenti complessi che chiamano in causa il pop orchestrale dei Sixties altezza Scott Walker, ma tende di più ad assomigliare a certe prove non sempre a fuoco dell’ultimo Sufjan Stevens. Certo, il ragazzo ha solo 22 anni e le 17 canzoni sono state scritte nel lasso di sei settimane mentre era intento a coltivare lo spleen tra British Columbia e Alberta.

Il coté da cui esce San Fermin è la stessa Brooklyn di Grizzly BearDirty Projector (richiamati più volte nel disco) e dello stesso Stevens, un humus nel quale l’arditezza sempre più spinta, il tentativo di dare sempre un scarto imprevisto alle proprie composizioni a volte sconfina nell’eccesso, compromettendo in parte quanto di buono c’è in forno. Difficile isolare episodi singoli, in un disco concepito come un flusso di coscienza unitario. Diremo solo che in un attacco come quello dell’opener Reinassance! si ha per un’attimo l’impressione di essere all’ascolto di un incrocio tra Cherry Ghost e Meat Loaf. Per fortuna non è così, ma il solo fatto che il pensiero possa andare in quella direzione sottolinea come la linea dell’eccesso sia poco, veramente poco, al di là dall’essere scavalcata.

La varietà di situazioni e soluzioni messe in campo testimoniano sicuramente il talento di Ellis Ludwig-Leone, con un’ambizione fortissima che non diventa molesta, ma che ha bisogno di un giro di ghiera dell’obiettivo per andare davvero a fuoco.

Josephine Foster – I’m A Dreamer

Per l’ottavo album da solista, la folk singer del Colorado mette da parte esotismi spagnoleggianti e, a quanto pare, anche il sodalizio musicale con (l’ex) compagno Victor Herrero. Se già il precedente Blood Rushingaveva segnato il ritorno al di là dell’oceano, I’m A Dreamer riannoda i fili del folk con Nashville (città in cui è stato registrato), con l’apporto di musicisti misurati ma dall’eleganza senza tempo. Potrebbe essere considerato il disco più accessibile per un’artista sempre intenta a caricare di uno strato “ulteriore” la già buona musica folk che scrive, si tratti di interpretazioni di poesie di Emily Dickinson o di Federico Garcia Lorca. Questa volta la Foster sembra aver deciso di voler fare tutto da sè, con una sicurezza che la vede già proiettata (ma lo era già) tra le grandi interpreti del folk internazionale.

Teso per la sua interezza sulle vene sopranili del canto sempre più raffinato della Foster, sul piano musicale il disco si allontana dai muscoli della band spagnola di Perlas e Anda Jaleo; un lavoro di sottrazione tutto giocato su toni delicati e su ritmi medio-bassi che ben si accordano ai sognatori del titolo. Nonostante non sia un concept, comunque, il sapore unitario del corpus di canzoni rende insensato soffermarsi su di un singolo episodio. Verrebbe da dire che nell’ascolto ci si debba lasciare cullare da quel dormiveglia in cui i sognatori riescono a ricordare i sogni, tra dissolvenze al bianco e gli svolazzi in tremolo della voce di Josephine. Oramai un’artista che non assomiglia ad altri che a se stessa, pur avendo deciso di portare con sé una lunga tradizione.