Lise Meitner, la fisica che non ha mai perso l’umanità

Ha dovuto lottare per poter studiare nella Vienna di inizio Novecento, lavorato come «ospite non pagata» a Berlino e spiegato la fissione nucleare mentre passeggiava nella neve in Svezia

Camminavamo su è giù nella neve, io sugli sci e lei a piedi (diceva – e a ragione – che poteva tenere il mio passo a quel modo). (Otto Frisch, tratto da «Lise Meitner: A Life In Physics» di Ruth Lewis Sime, 1996)

La scena, di una quotidianità bucolica, si svolge in una cittadina di campagna poco a nord di Göteborg, a Kungälv, in Svezia: zia e nipote chiacchierano animatamente mentre si godono la neve e l’atmosfera oramai natalizia. Siamo nel 1938 e a spingere lassù Lise Meitner e Otto Frisch è stata l’occupazione nazista di Vienna: oramai i venti di guerra stanno soffiando sempre più forti sull’Europa e l’appartenere a una famiglia di origine ebrea è un rischio per la propria libertà. Stanno discutendo di un problema che li tiene occupati da novembre, quando hanno fatto un viaggio un po’ rocambolesco fino a Copenhagen, in Danimarca, per incontrare un altro Otto, collega di Lise e probabilmente il miglior radiochimico della sua generazione: Otto Hahn.

Il problema sono i risultati di un esperimento che ha realizzato all’Istituto Kaiser Wilhelm di Chimica di Berlino assieme al suo assistente Fritz Strassmann e che li sta facendo ammattire. Dopo aver bombardato atomi di uranio con singoli neutroni, si aspettavano come la maggior parte dei loro colleghi dell’epoca di ottenere atomi di un elemento più pesante, come se l’uranio avesse “incorporato” il neutrone. Ma quello che avevano ottenuto era una certa quantità di bario, un elemento con un numero atomico quasi metà di quello dell’uranio. Si trattava di una trasmutazione che per i due chimici non aveva senso. Non per Lise Meitner, che capisce di essere di fronte a un fenomeno mai osservato prima che entrerà nel linguaggio della scienza come fissione nucleare.

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Salvador Luria e la resistenza dei batteri come frutto di mutazioni

Ha contribuito a farci capire che alla base dell’ereditarietà c’è il DNA, ha scoperto gli enzimi di restrizione, è scappato due volte dal nazifascismo e ha sostenuto per tutta la vita il pacifismo. Storia di uno dei padri della biologia molecolare

Gli scienziati hanno, come chiunque altro, le loro opinioni e preferenze, nel lavoro così come nella vita. Tali preferenze non devono influire sull’interpretazione dei dati, ma hanno una decisa importanza nella scelta del modo di accostarsi a un problema. Uno scienziato che non fosse stato così favorevole all’ipotesi delle mutazioni probabilmente non avrebbe neppure pensato al metodo di verifica che alla fine escogitai. (Salvador E. Luria, Storia di geni e di me, p. 88)

Nel dicembre del 1969, quando si trova a Stoccolma per ritirare il premio Nobel per la Medicina, un giornalista gli chiede in che esatto momento sia diventato uno scienziato. «Quando mi sono trasferito da Torino a Roma nel 1937. Quella notte in treno». Così risponde Salvador Luria, aggiungendo che sono il sentimento dell’avventura e la curiosità per l’ignoto – sensazioni che provava nella cuccetta di terza classe («e gli avventurieri viaggiano in prima o in terza») – ad averlo spinto in tutte le imprese della sua vita. E l’avventura di cui quel viaggio in treno era solo il primo passo era davvero terra incognita per la biologia dell’epoca. Salvador Luria aveva lasciato il suo maestro di istologia Giuseppe Levi (lo stesso di Renato Dulbecco e Rita Levi Montalcini, entrambi premi Nobel) per apprendere quel poco di fisica che, dal suo punto di vista, sarebbe stata necessaria per esplorare nuovi territori della biologia. All’epoca, questo significava genetica, ereditarietà e gli albori della biologia molecolare. Con quegli elementi di fisica appresi a Roma, all’Istituto dove lavoravano i Ragazzi di Via Panisperna, Salvador Luria dimostra, assieme al collega Max Delbrück, che la resistenza dei batteri alle infezioni dei fagi si sviluppa grazie a mutazioni genetiche, mettendo così a disposizione dei ricercatori di tutto il mondo una perfetta piattaforma per lo studio della genetica, motivo per il quale vince il Nobel.

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BlackScreen: il determinismo di Laplace e l’onniscenza del Dio di Dante

Un fumetto tutto italiano edito da Shockdom fa riflettere sul rapporto tra destino e libero arbitrio, ma anche su determinismo e caso nella scienza

La contingenza, che fuor del quaderno
de la vostra matera non si stende,
tutta è dipinta nel cospetto etterno

necessità però quindi non prende
se non come dal viso in che si specchia
nave che per torrente giù discende

(Dante Alighieri, Divina Commedia – Paradiso, Canto XVII, vv. 37 -42)

STRANIMONDI – Al tempo di Dante tra le persone colte teneva banco una disputa teologica sul rapporto tra il libero arbitrio e l’onniscenza divina. Se Dio tutto vede, e quindi sa come si svolgeranno i fatti nel futuro, che senso può avere il libero arbitrio, cioè – secondo la teologia cristiana – il dono della libertà che Dio ha fatto agli esseri umani? Non è tutto già scritto nel destino? Nei versi del Canto XVII del Paradiso che qui abbiamo riportato Dante si basa su Tommaso d’Acquino per indicare da che parte sta. Per il poeta, Dio è onnisciente come colui che sta a riva e vede una nave che solca il mare mentre si sta preparando una tempesta: sa prevedere come i fatti evolveranno da questa situazione, ma non può alterare le conseguenze delle scelte effettuate dalle persone.

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Preoccupazioni analoghe, e relative domande, solcano anche le pagine di BlackScreen, fumetto pubblicato a fine gennaio da Shockdom. Da un’idea di Lucio Staiano, patron della casa editrice e laureato in fisica (cosa che secondo noi ha avuto un peso in BlackScreen, come in altre sue scelte narrative su cui magari torneremo), con l’aiuto di Giuseppe Andreozzi e disegnato da Giovanni “Fubi” Guida, la storia si dipana in un universo del tutto simile al nostro, ma in cui un dettaglio tecnologico ha profondamente modificato la società (se vi viene in mente la serie Black Mirror non siete fuori strada). In questo caso si tratta dello Spoiler, un’invenzione delle Seed Industries in grado di prevedere il futuro della gente e, in particolare, di sapere quando morirà. Poco prima dell’evento, però, se ci si collega allo Spoiler, il risultato sarà una schermata nera (da cui il titolo). Ma cosa succederebbe se qualcuno potesse avere accesso al futuro di tutti? Potrebbe intervenire impedendo che un determinato evento accada? Non si potrebbe sostituire a Dio? Eccoci di nuovo a Dante e a Tommaso d’Acquino: sono passati diversi secoli, ma la disputa è ancora tutta qui.

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La presa dell’Antartide

Da Cook a Shackleton ad Amudsen: la storia della “presa” dell’Antartide è costellata da grandi esploratori.

Prima di conquistare l’Antartide, bisognava dimostrarne l’esistenza. Ipotizzato da tempi remoti come un grande continente, nel Settecento la Terra australis rimaneva più un mito che una realtà. Nel gennaio del 1773, mentre varca in nave il circolo polare antartico, James Cook è preoccupato, anzi quasi spaventato. Scriverà che il pericolo che si corre a queste latitudini, con gli iceberg che spuntano ovunque in acque ignote, è tale che “io oso asserire che nessuno potrà mai penetrare più in là di quanto mi venne concesso e le terre che possono trovarsi al sud non saranno mai più toccate”. Si sbagliava, perché come era già successo proprio a lui, il senso della sfida, il gusto per l’ignoto e il la possibilità di compiere un’impresa leggendaria hanno mosso molti altri uomini dopo di lui. E continuano a muoverli.

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Le Storie Naturali di Primo Levi

Una mostra al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia di Milano è una buona scusa per tornare a leggere uno degli autori di fantascienza più trascurati

Lo scorso 2016 l’editore Einaudi ha pubblicato una nuova edizione aggiornata e più completa delle Opere di Primo Levi e l’evento è celebrato da una mostra, I mondi di Primo Levi. Una strenua chiarezza, che fino al 19 febbraio è visitabile al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci” di Milano: una buona occasione per tornare sui suoi racconti fantascientifici e fantastici.

Non fosse altro che per la facilità con cui l’abbiamo incontrato nel percorso scolastico, Primo Levi è sicuramente una figura familiare di testimone della barbarie della seconda guerra mondiale, e in particolare dell’internamento, per i suoi due libri sulla sua prigionia ad Auschwitz (Se questo è un uomo del 1947 e ripubblicato nel 1958 da Einaudi) e il viaggio di ritorno a casa alla fine del conflitto (La tregua del 1963). Ma questo è solo una parte della scrittore Primo Levi, che in prima persona era consapevole del rischio di essere messo nell’angolo dei testimoni dell’orrore e che, sempre con il proprio stile pacato, ha cercato di emanciparsi da quell’etichetta che gli andava stretta. Tra le raccolte di racconti, quasi sempre a sfondo fantastico e fantascientifico, abbiamo scelto di rileggere la prima, Storie naturali, pubblicata nel 1966.

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Il simbolo dell’uguale: l’innovazione “pratica” di Robert Recorde

460 anni fa un medico e matematico gallese introduce un simbolo di grande successo che usiamo ancora oggi: ‘=’

Lavorare per lo Stato, prestando i propri servizi alla sua burocrazia e ai suoi apparati (oggi diremmo la sua “pubblica amministrazione”) può dare origine a lotte per il potere, talvolta anche estremamente violente. Una situazione in cui si è trovato Robert Recorde, medico e matematico in Inghilterra nel periodo Tudor (1485 – 1603), cioè mentre si stanno gettando le basi di una nazione moderna, economicamente avanzata e pronta a esplorare commercialmente e militarmente i quattro angoli della Terra. Recorde non è una figura molto conosciuta, ma ha introdotto nella grafia matematica un segno, ‘=’, che è diventato uno standard internazionale e che tutti utilizziamo ancora abbondantemente.

 

Chi era Robert Recorde?

A differenza di altri personaggi della storia del pensiero e della scienza, del giovane Robert Recorde si sa davvero poco. È nato nel 1510 in Galles, che proprio in questo periodo entra definitivamente a far parte dei possedimenti inglesi e perde lo status di principato autonomo, da una famiglia di cui l’edizione del 1911 dell’Enciclopedia Britannica ricorda solamente che era “rispettabile”. Nel 1525, a soli 15 anni, è a Oxford, dove si laurea nel 1531. Probabilmente vi insegna qualche anno, ma poco dopo è a Cambridge, dove ottiene una licenza di medico nel 1545. Si trasferisce immediatamente a Londra, con l’idea di esercitare la professione. È nella capitale che la sua strada si incrocia con quella dell’apparato statale inglese.

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Il milanese che valicò le Ande

Vita di Antonio Raimondi, l’esploratore e cartografo ottocentesco divenuto eroe in Perù.

Vita di Antonio Raimondi, l’esploratore e cartografo ottocentesco divenuto eroe in Perù.

Un paese che si libera dal peso del colonizzatore straniero ha la necessità di scrivere la propria storia e di celebrare i costruttori del nuovo Stato. Servono a questo le liturgie pubbliche, i libri e i monumenti. Come le tombe di pietra e marmo che dall’inizio dell’Ottocento raccontano la storia della Repubblica peruviana nel cimitero intitolato al Presbítero Matías Maestro di Lima. Tra i 766 mausolei ce n’è uno che colpisce il visitatore italiano più attento. È quello dove riposa un milanese che ha lasciato l’Italia del Risorgimento per esplorare un “paradiso tropicale” ancora sostanzialmente ignoto e diventare il primo cartografo del nuovo Perù. Il suo nome è Antonio Raimondi e per capire perché oggi è celebrato come un eroe nazionale, con scuole intitolate a suo nome in ogni angolo della cordigliera peruviana, non c’è occasione migliore della mostra che il Museo delle Culture di Milano gli ha dedicato.

La storia di Antonio Raimondi comincia veramente a due passi dalla madunina. Nasce infatti il 19 settembre 1824 in Corsia del Duomo, lo slargo direttamente a nord del Duomo che oggi è parte integrante della sistemazione a piazza dell’area. In età avanzata scriverà di essere “nato con una precisa inclinazione ai viaggi e allo studio delle scienze naturali” e di sognare “dalla prima fanciullezza le splendide regioni della zona torrida”. Sostiene che all’età di tredici anni ha preferito impiegare i soldi ricevuti dalla madre per comprarsi la Storia naturale di Georges-Louis Leclerc de Buffon, punto di riferimento per i naturalisti d’Europa all’epoca. Legge avidamente i resoconti di viaggio di scienziati del Settecento, come Alexander von Humboldt e Louis Antoine de Bougainville, ma anche di esploratori, come James Cook e Cristoforo Colombo. “Nelle mie letture seguivo sulla carta gl’itinerarii percorsi da quegl’illustri viaggiatori e mi pareva di visitare con essi le numerose isole dell’Oceania le vaste selve dell’America tropicale, apparendomi allo sguardo come in uno specchio i più bei panorami, così pieni di vita, come offre soltanto la zona del nostro globo compresa fra i tropici”. A Pavia, mentre assiste ai corsi sui banchi dell’Università (senza laurearsi), o mentre si sofferma sulle collezioni dell’Orto Botanico di Brera, il suo pensiero è già fissamente altrove.

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