Star Trek è tornato. La nuova serie si intitola Discovery

Torna uno dei marchi più longevi della fantascienza e ci sono la guerra, la scoperta scientifica e le domande su chi siamo noi esseri umani

La nave della Flotta Stellare USS Shenzhou si imbatte in un oggetto spaziale non identificato in una zona pesantemente irradiata da una stella binaria. Durante l’esplorazione condotta in solitaria, il Primo Ufficiale Michael Burnham viene attaccato da un klingon, una razza umanoide con la quale l’umanità non ha più contatti da lunghissimo tempo. Lo scontro all’arma bianca è solo la premessa di una battaglia devastante tra la flotta capitanata da T’Kuvma e le navi della Flotta che dà il la a una guerra tra klingon e Federazione.

Non un reboot

Questa l’incipit della storyline principale che emerge dai primi due episodi della nuova serie che riporta sul piccolo schermo lo storico franchise. Sono passati dodici anni dall’ultimo episodio di Star Trek: Enterprise e cinquanta dal debutto della Original Series, ma ogni cosa che riguarda Star Trek continua a essere un evento di primaria grandezza nel mondo della fantascienza internazionale. Dopo l’apertura di nuovo universo cinematico – un universo parallelo – aperto da JJ Abrams tra il 2009 e il 2013, si tratta di un nuovo tentativo di ampliare il parco titoli con un ideale nuovo punto di ingresso per i neofiti, ma senza dimenticare i fan più appassionati ed esperti.

Non si tratta, infatti, di un reboot, ma del racconto di alcune vicende che si sono svolte una decina di anni prima delle missioni di Kirk e Spock nella serie degli anni Sessanta, che offrono così l’occasione per gettare luce su alcuni eventi posteriori della cronologia ufficiale. Per esempio, si scava nel passato di Spock, ufficiale vulcaniano tutto logica e niente emozioni, e nelle motivazioni che lo hanno spinto a entrare nella Flotta Stellare grazie a un personaggio chiave (già apparso nelle precedenti serie): suo padre Sarek. Ma dalla Battaglia della Stella Binaria in giù, gli showrunner di Discovery si sono anche presi la briga di dare profondità ad aspetti dell’ordito politico interplanetario che nella serie originale erano solamente accennati.

La forza della conoscenza

A dare forza a questa nuova stagione è sicuramente la presenza di Michael Burnham che, a dispetto del nome, è una donna umana ma allevata su Vulcan dallo stesso Sarek. Attraverso la sua doppia natura di essere umano, ma dalla cultura vulcaniana, Michael è il personaggio perfetto per interrogare il pubblico su cosa significhi essere umani, su quale sia il ruolo che logica, emozioni e sentimenti giocano nelle scelte che prendiamo, singolarmente o come società. In più è un’esperta di forme di vita aliena, fatto che permette agli sceneggiatori di porla in più di un’occasione di fronte al diverso.

Michael Burnham non indossa l’uniforme della Flotta Stellare. Il motivo è uno dei principali sviluppi narrativi della prima parte della serie

Avviene, per esempio, con la cattura del tardigrado gigante che si rivela essenziale nello svolgimento della trama. A primo acchito l’animale sembra guidato solamente da cieca violenza, ma Burnham sa andare oltre il mostruoso aspetto esteriore e comprendere che il suo comportamento brutale è causato da situazioni circostanziali. È il classico momento da Star Trek in cui i membri della Flotta Stellare non si lasciano condizionare dalla superficie delle cose, ma preferiscono scavarle più in profondità, in una potente metafora dell’avanzamento della conoscenza, scientifica e non solo.

Critiche e opportunità

Della prima stagione (c’è già conferma del rinnovo per la seconda) su CBS, la storica casa di Star Trek, sono andati in onda i primi nove episodi (in Italia disponibili su Netflix). Quello reso disponibile dallo scorso 13 novembre è il cosiddetto mid-season finale, un mega cliffhanger che verrà sciolto alla ripresa della programmazione nel gennaio del 2018. Fino a qui, oltre all’ascesa tra i fan del gradimento per il personaggio di Michael, sono successe tantissime cose che hanno messo molta, moltissima carne sul fuoco. Innanzitutto, l’equipaggio della USS Discovery (la Shenzou non sopravvive alla Battaglia della Stella Binaria) di cui seguiamo le vicende si trova in una situazione inusuale per la Flotta Planetaria, una situazione di guerra aperta contro l’impero dei klingon, mentre la missione principale della nave guidata da Kirk era solamente la conoscenza scientifica e l’allargamento delle conoscenze sull’universo. Questo escamotage narrativo permette di costruire episodi anche molto adrenalinici, ma che hanno suscitato qualche polemica per quella che alcuni fan ritengono una violenza eccessiva, non adatta al canone di Star Trek.

La USS Discovery che da il nome alla serie

Ma non si tratta solamente di un scelta per venire incontro al gusto dei neofiti che si possono avvicinare a Discovery da serie più moderne e toste rispetto a Star Trek. Per esempio, Ash Tyler, un ufficiale che a un certo punto della storia viene salvato dopo oltre 200 giorni di prigionia a bordo di una nave klingon, è stato torturato a lungo e abusato sessualmente dai suoi carnefici. Per gli sceneggiatori è l’occasione per portare dentro a Star Trek una riflessione sullo stress post-traumatico e le conseguenze psicologiche della violenza subita. Ma è anche un “trucco” per far entrare in un universo di finzione un problema reale che negli ultimi anni è emerso nei reduci delle guerre in Medio Oriente: è il classico stratagemma che si usa nella fantascienza per parlare di attualità.

Il valore sociale di Star Trek: Discovery

Tralasciamo ora la trama, che ha i suoi difetti (qualche salto un po’ troppo brusco in alcuni episodi e qualche colpo di scena un po’ troppo telefonato) e i suoi pregi: se dovessimo analizzarla rischieremo di rovinare la sorpresa a chi non ha ancora visto gli episodi, ma soprattutto di valutarla quando non sappiamo ancora dove sta andando. La produzione di Star Trek: Discovery registra innovazioni importanti sotto il profilo sociale. Per la prima volta c’è un bacio gay: un raggiungimento di per sé importante nella trasposizione su schermo di un mondo più realista e che, quindi, tenga un po’ più in conto al diversità di orientamento sessuale rispetto alla televisione classica di Star Trek. Un raggiungimento già ampiamente esplorato nella fan fiction legata a Star Trek, come nel celebre caso di Kirk/Spock.

Kirk e Spock in una scena da Star Trek: L’ira di Khan del 1982

Un altro fattore estetico importante è rappresentato dai capelli di Michael Burnham, attrice che se vuole può sfoggiare un afro di tutto rispetto. All’inizio della serie sono stirati, ma col passare delle puntate, pur rimanendo corti, sono ricci, lasciati al naturale, in un inno all’identità black che per molto tempo è stata taboo in uno show televisivo di questa portata. Per dare il senso, che potrebbe apparire minore visto dall’Italia, basterebbe dire che Michelle Obama ha atteso la fine del mandato del marito Barack prima di poter rinunciare alla stiratura dei capelli e farsi vedere in pubblico al naturale. Michael Burnham non è quindi solamente una donna nera protagonista di una serie di successo, ma è una donna nera che per interpretare la protagonista di una serie non deve fingere di avere i capelli di una bianca. Non è poco.

Where no man has gone before

Into the Forest I Go, l’episodio numero nove, ha lasciato gli spettatori di fronte a moltissime domande (potete leggere le principali qui, ma occhio agli spoiler). Dopo un balzo nell’iperspazio che non è andato proprio come atteso, la USS Discovery non sa dove si trova. Forse la causa è un problema al particolare spore drive (il tardigrado gigante ha un ruolo in tutto questo), la cui presenza ha dato grattacapi alla base di fan. Una tecnologia tanto potente, infatti, non viene mai menzionata nella serie classiche (che è ambientata dopo la nuova): che fine ha fatto? Come faranno gli showrunner a spiegare questa anomalia? Secondo quanto dichiarato da Aaron Harberts a Metro, il proseguimento della storia darà ampio spazio per trovare giustificazioni a questo e molti altri particolari, “riconciliando” Star Trek: Discovery con il canone.

Come ci si poteva attendere quando si tocca un mostro sacro televisivo, la serie ideata da Bryan Fuller (a proposito: è anche uno degli sceneggiatori e produttori di American Gods per Amazon Prime) e Alex Kurtzman a partire dall’originale di Gene Roddenberry ha generato accese discussioni, ma ha diversi meriti. Oltre a quelli sociali di cui abbiamo parlato qui sopra, il solo fatto di non essere un flop e di essere riuscita a inserirsi in una continuity senza snaturare (troppo) l’atmosfera originale, e anzi risultando coerente con l’universo all’interno del quale è nata. Come si risolveranno i problemi di compatibilità tra questo arco narrativo e quello classico, come l’equipaggio della USS Discovery si caverà d’impaccio da una situazione che non promette niente di buono, lo scopriremo da gennaio con le nuove puntate.

Originariamente: Star Trek è tornato. La nuova serie si intitola Discovery – OggiScienza

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