La vita in microgravità in Nemesis di Asimov

Rotor ha tagliato i ponti con il resto dell’umanità. A un certo punto la colonia umana ha semplicemente acceso i motori a iperassistenza (che permettono di viaggiare a una velocità vicina a quella della luce) e lasciato l’orbita terrestre in direzione della nuova stella. Solo i rotoriani la conoscono, nascosta com’è dietro a una nube di polvere cosmica, grazie ai dati raccolti da una loro piccola sonda segreta. Da questo evento la trama dell’ultimo romanzo che Isaac Asimov scrive da solo (successivi sono i tre scaturiti dalla collaborazione con Robert Silverberg) si srotola come una sorta di gara tra due fazioni: da una parte i rotoriani che vogliono raggiungere la stella Nemesis e cercare di stabilire attorno a quella stella un nuovo avamposto umano nello spazio; dall’altra i terrestri che tentano di colmare il ritardo (temporale e tecnologico). A poco a poco veniamo a conoscenza delle terribili minacce che la stessa Nemesis getta sul futuro dell’umanità e del ruolo decisivo di alcuni personaggi dalle strane capacità, fino a un finale teso e forse un po’ precipitoso in cui hanno un ruolo fondamentale piccoli organismi unicellulari e i poteri psichici.

Come si può intuire dall’inizio dell’avventura, i rapporti tra le colonie e i terrestri non sono idilliaci, anzi, i pregiudizi degli delle comunità artificiali che orbitano attorno alla Terra come delle grandi Stazioni Spaziali Internazionali, giudicano troppo caotico il nostro pianeta, con i il suo clima incontrollabile (leggasi: stagioni), fenomeni atmosferici come la pioggia e il vento che vengono ritenuti degli ostacoli all’efficienza e a una buona programmazione di utilizzo delle risorse, oltre a una sovrappopolazione che rende tutto molto più complicato che nelle piccole comunità orbitanti. Le colonie, e Rotor in particolare, vengono rette da una parvenza di democrazia, dove in realtà a dominare sono pochi personaggi dotati di grande potere, in una sorta di tecnocrazia realizzata che però fa un po’ dubitare della bontà delle premesse. Da questi elementi, e dal nome che l’autore sceglie per la nuova stella – Nemesis è da intendersi come “punizione divina, distruzione” – si intuisce come il romanzo che Asimov pubblica nel 1989 sia intriso di amarezza, forse da spiegare con il fatto che era già malato e sarebbe morto solo tre anni più tardi.

In questo contesto, di cui non diciamo di più per evitare spoiler per chi non lo avesse ancora letto, a un certo punto il governatore della Terra architetta un piano per costringere la migliore fisica teorica delle Colonie, Tessa Wendel, a lavorare per dare ai terrestri il motore ultraluceche permetterebbe di colmare lo svantaggio. Anzi, permetterebbe di superare Rotor, scoprirne i piani e avere una possibilità di salvare la Terra.

Il peso della scienza

In questo frangente, pur trattandosi di narrativa speculativa, Asimov non si lascia tentare da una soluzione rapida, per cui in pochi giorni un colpo di genio permette di superare gli ostacoli del volo ultraluce. Il progetto che Tessa Wendel dirige assomiglia molto di più a una grande collaborazione internazionale dei giorni nostri, con centinaia di ricercatori che lavorano contemporaneamente per anni. E proprio la lunghezza del lavoro che la costringe lontano dalla sua amata colonia, a un certo punto, fa sbottare la professoressa. In una scena, infatti, si lamenta di come il tempo trascorso a gravità terrestre le abbia trasformato il corpo, facendola ingrassare. Lasciandosi andare a un commento che sa di una fantascienza davvero d’altri tempi, Asimov ci fa addirittura sapere che il suo seno “non era più sodo ed eretto come un tempo, e i suoi fianchi si erano appesantiti”.

Tessa Wendel è nata e vissuta per oltre quarant’anni sulle Colonie, senza aver mai provato la forza di gravità che tutti i giorni noi sperimentiamo sulla Terra. In che modo il corpo avrebbe dovuto reagire? È sensato quello che ha immaginato Asimov? Secondo Vittorio Cotronei, medico che è stato anche il responsabile del dipartimento di medicina e biotech dell’Agenzia Spaziale Italiana, l’autore americano ha immaginato bene. “Sebbene le esperienze dirette degli astronauti siano limitate a pochi mesi o al massimo a un anno di permanenza in orbita”, spiega, “sappiamo che la microgravità o l’assenza di gravità portano a un dimagrimento, dovuto in particolare alla perdita di tono muscolare e una generale riduzione dei liquidi corporei”. Quindi è perfettamente sensato che la scienziata del romanzo si lamenti per un appesantimento, dovuto in buona parte all’aumento della massa muscolare che le serve per fronteggiare la gravità terrestre. Anzi, è perfettamente sensato che gli omini verdi della fantascienza classica abbiano forme longilinee e teste allungate.

La perdita di tono muscolare è alla base anche delle difficoltà che gli astronauti incontrano una volta rientrati a terra, motivo per cui devono essere aiutati e sostenuti da altri. Ma c’è anche la perdita di osso: “Senza la forza gravitazionale che agisce sullo scheletro”, continua Cotronei, “si alterano i meccanismi di equilibrio tra riassorbimento osseo e formazione di nuovo osso”. Gli astronauti soffrono cioè di osteoporosi, che li mette a maggior rischio di frattura. “Per recuperare, dopo il rientro, sono necessari fino a sei mesi di fisioterapia, dieta adeguata e monitoraggio della salute”.

Nonostante all’epoca del romanzo non si fossero ancora accumulate tante esperienze di permanenza sulla Stazione Spaziale Internazionale, Asimov ha comunque costruito questo aspetto del romanzo con accuratezza. C’è però una precisazione da fare, perché Cotronei sottolinea come ciò che sappiamo su questi aspetti della permanenza in microgravità (come su altri, vedi l’alterazione del gusto e la concentrazione dei liquidi nella testa) derivi da permanenze relativamente brevi, ma rimanga invece l’incognita di come il corpo umano, che si è sviluppato sempre in presenza di gravità terrestre, si potrebbe modificare in un periodo più lungo a microgravità, come per esempio quello necessario per il viaggio verso una stella vicina. Addirittura, mette le mani avanti Cotronei, “non abbiamo ancora capito se sia possibile tornare sulla Terra dopo un lungo periodo in microgravità o assenza di gravità”.

L’attività fisica

Passate tutto il vostro tempo lottando contro la gravità invece di lasciare che i vostri muscoli interagiscano. Non potete saltare, non potete volare, non potete librarvi. Non potete lasciarvi cadere, catturare da un’attrazione maggiore, e nemmeno salire verso una gravità più bassa.

Sono parole di Tessa Wendel, che riassumono il suo punto di vista sulla gravità costante che si sperimenta sulla Terra rispetto a quella che lei ha sperimentato sulle Colonie. Ma è proprio questa lotta con la gravità che ci permette di fare esercizio fisico. Al punto che sulla Stazione Spaziale Internazionale, dove due ore quotidiane di attività sono obbligatorie per cercare di contrastare la perdita di tono muscolare, si sono dovuti inventare nuovi attrezzi sportivi che rendano possibili gli esercizi.

Su Rotor e le altre colonie, invece, Asimov ricorre all’uso delle centrifughe. Per Cotronei rappresentano la “soluzione più ovvia” per cercare di simulare l’attrazione gravitazionale. Dalle parole della Wendel, però, dobbiamo dedurre che sulle Colonie ne esistano di vario tipo, in grado di generare attrazioni diverse che vengono usate, lo scopriamo in un’altra parte del romanzo, per la ginnastica e altre attività fisiche.

Altri problemi del viaggio spaziale

Un altro problema che si deve affrontare vivendo fuori dall’atmosfera terrestre è come proteggersi dalle radiazioni. Nel romanzo Asimov non dà una spiegazione di come le Colonie abbiamo risolto questo aspetto, ma secondo Cotronei, “è lecito immaginare che in un futuro così lontano da oggi si siano trovate soluzioni tecnologiche che permettano la schermatura, ma che non siano troppo pesanti o ingombranti”.

Meno a portata di mano, invece, sembra essere la soluzione per il volo a velocità maggiore a quella della luce, un elemento fondamentale per la trama di Nemesis e di molte altre avventure spaziali immaginate dalla fantascienza. Qui, però, entra in gioco la fantasia dello scrittore e la discussione che ne potrebbe nascere riguarda in prima battuta due aspetti: la plausibilità e la verosimiglianza della soluzione tecnico-scientifica immaginata e la sua coerenza all’interno del sistema di conoscenze che caratterizza il romanzo. Ma è materia abbastanza vasta da lasciarla da parte per un altro articolo di Stranimondi.

Originariamente: #ClassiciRiscoperti: La vita in microgravità in Nemesis di Asimov – OggiScienza

Rispondi