Mirah – Sundial

Piacevole ritorno di una cantautrice indie con un’estetica dal retrogusto 90s aggiornata al contemporaneo

Di Mirah non avevamo notizie (ufficiali) dalla sua collaborazione con Thao Nguyen del 2011, quando il loro Thao & Mirah su Kill Rock Stars con la produzione di Tune-Yards apriva la porta a una possibile collaborazione che intrigava, ma che ad oggi non ha ancora partorito un sophomore. A riportarla sotto le luci, ma sempre quelle indie, è stata la recente serie tv firmata da Jill Soloway, I Love Dick, che ha introdotto nella colonna sonora The Country of the Future, che chi acquista il nuovo EP in edizione limitata troverà tra i quattro bonus.

Di materiale nuovo, in realtà, c’è ben poco. Giusto una title track che mette ancora in evidenza le buona capacità da songwriter di Mirah, in un brano dall’incedere lento e sostenuto dalle sue doti vocali. Il resto del programma è una rilettura di brani del repertorio della musicista di Portland, riarrangiati assieme a Jherek Bischoff (Parenthetical Girls) con l’apporto di un quartetto d’archi. Proprio gli archi, se da una parte danno la meritata tessitura timbrica e spaziale a brani dalla buonissima mano come The World Is Falling ApartFleetfoot Ghost, dall’altra lasciano in bocca all’ascoltatore del 2017 la sensazione del già noto, come se ci trovassimo di fronte a una Agnes Obel più calda e dal retrogusto Nineties. Ma è una prospettiva scorretta, perché è vero il contrario: è nelle canzoni della Obel che riecheggiano quelle di Mirah e quel mondo indie rock/folk/cantautorale che è emerso alla fine dei Novanta e all’inizio dei Duemila: Decemberists, The Microphones / Mount Eerie, giusto per fare due nomi ancora in attività. Bentornata, Mirah.

Originariamente: Mirah – Sundial | Recensione | SENTIREASCOLTARE

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