Circuit de Yeux – Reaching for Indigo

Non convince neanche questo ritorno più emotivo per Haley Fohr: dopo la sbandata del 2015, qui c’è un eccesso di correzione nel senso opposto

Nuovo album e nuovo cambio di etichetta per la ragazza da Lafayette, Indiana, definitivamente parte del giro chicagoano da oramai un lustro. Se il precedente In Plain Speech uscito per Thrill Jockey nel 2015, a dispetto del titolo era un affare fin troppo arty, a discapito dell’emozione e del sentimento, come notava Stefano Gaz, qui il discorso musicale parte da coordinate atmosferiche simili (incrocio lo-fi blues, dark folk ed elettronica DIY tra l’apocalittico e l’esistenzialista), ma riporta la trama, almeno in parte, su coordinate del cuore. Forse fin troppo.

Il nuovo disco, pubblicato da Drag City, è presentato come una riflessione determinata da un momento preciso, il 22 gennaio del 2016, quando un non meglio precisato evento è capitato nella vita di Haley Fohr, determinando un prima e un dopo. Autonarrazione che entra nella produzione artistica o gioco di specchi su biografie inventate? Probabilmente non lo sapremo mai, ma l’occasione porta a un brano come Black Fly, forse un paradigma del disco tutto (che definire EP è forse un po’ riduttivo): una chitarra acustica per uno scheletro di marchin’ song su cui si appoggia la voce baritonale della Fohr che emerge da un amplesso lento di scuro blues dell’oltretomba e ambient glaciale, come una lama per delineare un crescendo di pathos, acuito da un melodia forse mai così canonica. Sulla carta un connubio perfetto tra le prime produzioni targate Circuit de Yeux e quello di interessante che si salvava dall’ultimo In Plain Speech. La realtà è che sembra manierismo applicato, un brano che è calibrato esattamente per ottenere lo scuotimento delle viscere che ci si potrebbe aspettare, ma senza lo scarto che lo renda davvero intrigante, che colpisca. Sembra, insomma, il brano della “normalizzazione” di Haley Fohr.

Il resto del disco prosegue su queste coordinate, ora appoggiandosi maggiormente a lunghe frasi ambient / cerimoniali (Geyser) o a una chitarra nervosa (A Story of This World Part II), ora a un pianoforte insistito che spinge verso lirismo a buon prezzo la voce della cantante (Philo). Il problema è che pare più a fuoco la ricerca del colpo ad effetto emotivo, che non la composizione. Come se dai difetti del precedente lungo lavoro si sia cercato di rimediare, esagerando nel senso opposto.

Originariamente: Circuit de Yeux – Reaching for Indigo SENTIREASCOLTARE

Rispondi