Ibeyi – Ash

Due anni fa le sorelle Diaz colpivano per il raro equilibrio e la straordinaria capacità di scrittura, per due ragazze che non avevano ancora vent’anni. Ne usciva Ibeyi, un disco d’esordio non perfetto, ma potente e fresco. Allora c’era molto da dire, delle proprie radici yoruba, venezuelane e francesi insieme (per i dettagli, recuperate la lunga intervista in occasione del loro passaggio in Italia), e c’era una bulimia espressiva ed emotiva che lasciava il segno. Era un disco che doveva anche fare i conti con la propria storia personale, segnata da un padre musicalmente ingombrante come Armando Diaz (Buena Vista Social Club), e in fin dei conti poteva passare per l’autoanalisi di due musiciste diverse, di talento e che portano inciso nel DNA l’idea migliore del melting pot culturale.

Ash è invece un affare pubblico, con aspirazioni di universalità. Ne è testimonianza il singolo Deathless, che vede la partecipazione al sassofono del go-to guy Kamasi Washington: un brano che parla di un episodio di razzismo realmente vissuto da Lisa nella metropolitana di Parigi, ma che proprio con il coro passa al pronome plurale. Dettagli a parte, Ash risulta comunque un disco più politico, con un uso di brandelli sonori (No Man Is Big Eoungh For My Arms, gospel in cui si ritorna a parlare esplicitamente di donne e società) ma con una forte idea di stile, tanto buona e attuale che se ne è accorta Beyoncé, che le ha volute nel short-movie di Lemonade ancor prima che si posassero le polveri per il loro atterraggio nel music business.

Sul fronte musicale, le sorelle Diaz si aggrappano sempre al loro r’n’b minimale, al pianoforte e al cajon che reggono praticamente tutte le sezioni armoniche e ritmiche principali, ma si aprono anche a una sperimentazione che non era del tutto prevedibile due anni fa. C’è il rap grazie alla spagnola Mala Rodriguez (in Me Voy, la concessione più pop del disco), momenti quasi soundtrack/ambient (una Waves fatta di poco o niente, eppure magnetica e riuscita), retromanie nineties (le tastiere e il basso di Numb non ricordano i Portished dell’esordio?), ospitate clamorose (oltre a Washington, anche Meshell Ndegeocello) e un generale sapiente uso di elettronica in alternanza agli strumenti analogici. La title track e Valé sono probabilmente le due gemme che alla lunga potrebbero rimanere più impresse: la prima è un pastiche walking blues summa dell’Ibeyi-pensiero, la seconda un perfetto equilibrio tra echi ambientali, linea melodica cristallina e atmosfere caraibiche. La sola pecca è un uso talvolta un po’ troppo invadente del vocoder (When I Will LearnMe Voy), unica evidente concessione al mercato per un disco che le mantiene fedeli alla propria estetica pur avendo messo in circolo tantissimi nuovi stimoli. Una conferma che non era scontato attendersi su questi livelli: se il binomio freschezza/qualità durerà o se saranno tentate dal fanservice, è tutto da vedere.

[da SentireAscoltare.com]