Tori Amos – Native Invader

Il quindicesimo album di Tori Amos ci restituisce un’artista che ha definitivamente accettato lo status di classico, nel bene e nel male

Il quindicesimo disco in studio di Tori Amos conferma quello che già registravamo nel 2014, all’altezza del precedente Unrepentant Geraldines: l’artista americana, scavallato il mezzo secolo, ha deciso di abbandonarsi all’evidenza che gli acuti sono – probabilmente – alle spalle e il presente (e il prossimo futuro) non è che una dignitosa, a volte dignitosissima, ripetizione del passato. Ecco allora un disco senza scosse, fatto di solide ballad pianistiche, di lirismo vocale modulato con perizia e maestria, qualche episodio degno del catalogo passato, qualche inevitabile cliché. Il che non significa che Tori Amos non sappia ancora graffiare con il suo sguardo, forse mai così esplicitamente politicizzato, e che non avesse la sua da dire sull’atmosfera degli Stati Uniti guidati da The Donald.

Ispirato da un viaggio nel sud degli Stati Uniti, alla ricerca delle proprie radici cherokee (vedi alla voce Mary’s Eyes, dedicata alla madre), Native Invader parla della persistenza degli stereotipi sulle donne di una società machista (Climb, uno dei numeri migliori del lotto), della gestione del dolore che inevitabilmente si accompagna alla vita (Reindeer King) e del cambiamento climatico (Up The Creek, in cui parla esplicitamente di Donald Trump come “climate blind”). Insomma, un perfetto mix di tematiche che piacciono a un pubblico che in Italia diremmo schierato a sinistra e che in questo momento vanno per la maggiore tra molti dei cantautori USA. In suo onore va però detto che Tori Amos è sempre stata questa, sia quando esordiva come Cornflake girl, sia quando ha provato a sparigliare le carte sul piano sonoro: il suo impegno civile non è mai venuto meno, solo magari non era così esplicito.

Sul fronte strettamente musicale, continua a non convincere del tutto la collaborazione con il marito Mark Hawley. Forse è anche un problema di missaggio e non solo del suo apporto come ingegnere del suono, ma in diversi passaggi il sound dei brani risulta impastato, con la difficoltà di cogliere i dettagli del lavoro al pianoforte o sulla voce di Tori Amos, o distinguere adeguatamente gli strumenti coinvolti. Ma sono forse dettagli che alla signora non interessano più di tanto.

[da SentireAscoltare.com]

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