Lana Del Rey – Lust For Life

Quarta prova per la regina del “nuovo genere”, lo Xanax pop: scenografie di una vita da selfie tenute in sesto con il botox, un’eterna

Nel 1970 Slim Aarons scatta la celebre Poolside Gossip, una foto entrata nell’immaginario della way of life della California che orbita attorno a Palm Springs, un paio d’ore d’auto da Hollywood e buen retiro delle star del grande schermo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, e oltre. La piscina immortalata da Aarons fa parte della cosiddetta Kauffman Desert House, una villa voluta dal magnate dei supermercati negli anni Trenta e progettata da Richard Neutra, discepolo diretto di Frank Lloyd Wright: un trionfo dell’architettura modernista e un modello per tante altre mansion da billionaire nella California ricca e famosa, quella legata a doppio mandato con lo stardom, con le celebrities, dei party da socialite, il vuoto patinato dell’esclusività, Vogue Interior Design. D’altra parte lo stesso Aarons, che ha lungamente contribuito alla costruzione di questo immaginario, si è sempre definito come il fotografo delle «attractive people in attractive places doing attractive things», delle spiagge dove l’unica cosa che conta è che siano «decorate con belle donne seminude» e così via.

La casa voluta dai Kaufmann, le persone ritratte in Poolside Gossip, quella way of life su celluloide compongono l’eterna primavera in cui si annida anche la rimasticazione dell’America come provincia di Hollywood che da tutta la sua carriera musicale sta portando avanti Lana Del Rey, e che oggi giunge al quarto capitolo, il tanto annunciato e atteso Lust For Life. Un capitolo che mette in pratica la stessa formula, a ben vedere, in moto fin dall’inizio della carriera: un docile pugno di lullabies che vuole prolungare indefinitamente lo spleen adolescenziale e il mal di vivere, sedando l’ascoltatore fino al punto da perdere la percezione dei confini del reale, per entrare in un mondo sonoro fatto di una omogenea melassa narcotica che si spalma attraverso 16 brani e 72 minuti individuati solamente grazie alla presenza o meno degli ospiti (un The Weeknd qui anche lui caricaturale, A$AP RockyStevie Nicks Sean Ono Lennon). Ma, non passi sotto silenzio, perfettamente pronto a riempire (efficacemente) tutto l’airplay disponibile, contrastando con le produzioni più spigolose che vanno attualmente per la maggiore nel pop a stelle e strisce.

In Lust For Life quel luogo fittizio che è la Hollywood cementata nello star system e progettata per i consumatori di sogni di massa assume connotati nebulosamente inquietanti. Ricordano lo straniamento provocato dalle artificiose vite da selfie che oggi sembriamo invitati o costretti a vivere: oltre alle scene perfette di una vita perfetta che instagrammiamo costantemente sui social, ci sono il marciume e la putrefazione di un modello romantico che è sopravvissuto alla sua stessa morte artistica. La stessa morte, se volessimo tirare in ballo anche la sua biografia artistica, che Lana Del Rey si era autoimposta sul piano “cantautoriale” e che ha prontamente disatteso: Lana Del Rey, come una sorta di zombie da Twilight che vaga tra le scenografie di un bromance andato a rotoli, anzi preso al rallentatore proprio nel momento in cui sta per andare a rotoli. E lì si annida quello spazio, come ha notato Simon Reynolds, che lo Xanax e altre droghe legali aiutano a colmare di un pop sussurrato e levigato per essere almeno apparentemente innocuo. È la consacrazione di un nuovo genere, lo Xanax pop.

In questo Lana Del Rey è la migliore a saper sfruttare gli echi lynchiani (vedi anche il suo disco precedente, Honeymoon), a trattare quell’immaginario al botox che già abbiamo fatto risalire, almeno in parte, alla visione della società USA del primo Marilyn Manson, quello della Beautiful People che in realtà lo è solo apparentemente. Lana Del Ray assomiglia paurosamente a una sorta di Randy Newman in negativo, come se invece di rifugiarsi in un caustico cinismo, preferisse risolvere i problemi con le pillole per poter continuare a mantenere la scenografia in sesto. In fondo sono sempre Beautiful People with Beautiful Problems, come recita il titolo di un brano, che echeggia il motto già ricordato di Slim Aarons, ma che qui assume vaghi connotati di un noi indefinito. Una repubblica del selfie a cui ci si iscrive con una prescrizione medica, che rintrona e permette di continuare a parlare del niente, incuranti di tutto ciò che le mura del giardino non lasciano entrare a disturbare il nostro gossip a bordo piscina.

[da SentireAscoltare.com]