Cambiamenti climatici: a pagare di più saranno coloro che hanno meno

Kiribati, Micronesia, Isole Salomone, Maldive, Vanuatu, Samoa e Tuvalu da una parte. Giappone, Nuova Zelanda e Irlanda dall’altra. Dimensioni a parte, a dividere questi due gruppi di stati insulari è la loro capacità di adattarsi a un futuro non troppo lontano in cui le conseguenze del cambiamento climatico avranno trasformato profondamente gli scenari ambientali in cui sono collocate

Kiribati, Micronesia, Isole Salomone, Maldive, Vanuatu, Samoa e Tuvalu da una parte. Giappone, Nuova Zelanda e Irlanda dall’altra. Dimensioni a parte, a dividere questi due gruppi di stati insulari è la loro capacità di adattarsi a un futuro non troppo lontano in cui le conseguenze del cambiamento climatico avranno trasformato profondamente gli scenari ambientali in cui sono collocate. I piccoli Paesi dell’Oceania profondamente legati alla pesca pagheranno un prezzo molto più alto rispetto al secondo gruppo, composto da Paesi economicamente più avanzati e quindi più capaci di assorbire i colpi che acque superficiali sempre più calde produrranno sul proprio territorio. Lo dimostra un indice, da poco proposto sulle pagine di PLOSoneche mette in fila tutti i 147 Paesi della Terra che si affacciano sui mari in ordine di vulnerabilità rispetto al cambiamento climatico: a perdere sono i più poveri e quelli che hanno meno capacità infrastrutturale di adattarsi.
I ricercatori capitanati da Robert Blasiak, affiliato allo Stockholm Resilience Centre, hanno cercato di immaginare come il cambiamento climatico potrebbe trasformare le aree di pesca mondiali. Per farlo, hanno preso in considerazione 12 variabili principali per creare quattro diversi scenari, modulati attraverso previsioni ottimistiche o pessimistiche dell’aumento della temperatura delle acque superficiali sul breve e lungo termine. Il risultato sorprendente è che sette delle dieci nazioni che compaiono in cima alla lista di vulnerabilità, indipendentemente dallo scenario preso in considerazione, sono sempre le stesse, e si tratta appunto di Kiribati, Micronesia, Isole Salomone, Maldive, Vanuatu, Samoa e Tuvalu: piccoli Paesi insulari con un’economia già fragile.

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