To save me for my eyes. Intervista a Agnes Obel in occasione del live a Ferrara Sotto Le Stelle

«Recentemente ho suonato nel mio paese natale, la Danimarca, e mi ha colpito il fatto che tutti i live report che leggevo fossero incentrati su di me, di com’ero sul palco e di come sembrassi introversa. Nessuno però che si sia concentrato sulla mia musica». Raggiunta al telefono durante il lungo tour, in occasione dell’unica data italiana presso Ferrara Sotto Le Stelle, Agnes Obel ci confessa sulle prime questo leggero fastidio per come i media danesi l’abbiano trattata finora, concentrandosi prevalentemente su aspetti superficiali. «Quello che vorrei è venire presa sul serio come musicista e che i media parlassero della mia musica». Sottinteso: non di come sono io come persona, su o giù dal palco, ma di quello che scrivo e di quello che canto.

Un tema, questo, che si collega inevitabilmente a quello servito da motore del suo ultimo disco, Citizen of Glass, uscito lo scorso ottobre per PIAS, e che la Obel ha riassunto con il concetto di gläsener berger (tedesco “società/cittadino di vetro”), preso a prestito da un articolo di Der Spiegel che ha incrociato nella sua città adottiva, Berlino. Il concetto si innesta nella attualissima questione di apparire come siamo, di mostrarci via social network a un nostro pubblico in cui la versione Instagram di noi stessi deve necessariamente corrispondere a chi siamo. Ne consegue, ripensando all’episodio raccontatoci da Agnes Obel, che paradossalmente è più importante – almeno per una fetta dei media – come sia lei in quanto persona rispetto a come suonino le sue canzoni, di cosa parlino o di come lei e la sua band le abbiano suonate dal vivo una data sera. È una cancellazione del confine tra pubblico e privato, tra immagine di sé data in pasto al mondo e quello che si vuole mantenere personale, lontano dai riflettori, che punta dritto al problema del divismo, delle celebrities di plastica a cui lei non vuole essere associata.

Ma dove tracciare la linea di demarcazione tra ciò che è privato e ciò che è parte della stessa espressione artistica di musicista? Alcuni secondi di silenzio, poi dall’altro capo del telefono, Agnes Obel risponde con una voce un po’ incerta: «non lo so: è difficile da dire», come se ci stesse pensando in quel preciso momento. «Quello che so è che ci sono parti di me che voglio mantenere private, che non vorrei che entrassero a far parte del discorso sulla mia musica». Come farlo, però, in una società in cui invece tutto sembra spingere affinché scompaia questa distinzione è la grande sfida, la domanda che le storie che Agnes Obel ha infilato nel concept Citizen of Glass ribaltano sull’ascoltatore.

Dopo due dischi più intimisti, per atmosfera e realizzazione, come PhilarmonicsAventine(entrambi vendutissimi in tutta Europa), il terzo lavoro della songwriter è stato scritto rapidamente, tutto attorno allo stesso concetto. È un disco che musicalmente l’ha vista allargare lo spettro timbrico, la varietà della strumentazione e, non ultime, le soluzioni tecniche. Paradossalmente, o forse no, suona più fragile, imbevuto di una tensione come sul punto di sciogliersi o esplodere, ma che miracolosamente regge. La possiamo leggere come un riflesso della “vetrosità” del tema centrale dell’album che, come ha descritto in tante occasioni lei stessa, è contemporaneamente trasparente e, appunto, fragile, e allo stesso tempo non garantisce, per via di possibili effetti deformanti, che ciò che vediamo attraverso corrisponda 1 a 1 con quello che c’è dall’altra parte. Una riflessione che Obel non fa apertamente, perché la sua non è una riflessione (e non vuole esserlo) sulla società instagrammata in cui viviamo, ma che rimane comunque sullo sfondo.

Agnes Obel è consapevole, cioè, che come artista non può che mettersi in qualche misura a nudo, perché, in modi che non sono sempre facilmente identificabili e comunicabili in un’intervista, l’artista e l’essere umano si sovrappongono in buona parte. Eppure è proprio nella tensione tra questa spinta a comunicare lasciando alla mercé degli altri una parte di sé, e la volontà di mantenere fuori da questa esposizione qualcosa di personale e privato, che si annida il mistero e il fascino delle composizioni di Agnes Obel, canzoni che sembrano riportare la musica a una delle sue funzioni più antiche: esprimere in altro modo ciò che altri modi di comunicare non permettono. Gli abissi dell’animo umano, avrebbero detto i romantici di fine Ottocento.

Perché questo funzioni, come avviene in Citizen of Glass, la sintonia tra musica e concetto che si vuole esprimere deve essere più forte che in altre occasioni. Lo sa bene Agnes Obel, che ha usato tutta la perizia di producer (ha sempre prodotto tutti i suoi dischi) per ottenere il soundscape che meglio accogliesse la storia che abita ogni sua canzone. «Mi piace raccontare storie, sarà anche perché ho studiato letteratura all’università», ci racconta, «ma avrei forse bisogno di studiare composizione in modo più approfondito». C’è perizia, quindi, ma c’è anche una consapevolezza che per esprimersi, e per esprimere quello che vuole, non può esimersi dal continuare una propria ricerca di possibilità espressive, capacità tecnica e anche un viaggio interiore (specchiato o meno nel caleidoscopio di frammenti di vetro della copertina dell’ultimo disco) alla ricerca di quella famosa linea di demarcazione. Se non è un serio programma artistico questo, che cosa lo è?