AngelicA 2017

Provare a seguire tutte le serate di un festival lungo e variegato come AngelicA, che giunge quest’anno alla sua ventisettesima incarnazione, è un’impresa faticosa. Non tanto per il fisico, che tutto sommato se ne sta comodamente seduto ad ascoltare chi veramente fatica sul palco, ma per il cervello. Sono tante le direzioni di ricerca che l’associazione e, poi, il centro di ricerca musicale hanno aperto che bisogna davvero studiare molto, documentarsi ancora di più per stare al passo con le loro proposte. Nel programma di quest’anno la musica, che viene da ispirazioni e luoghi geografici diversi, è “motivo di trasformazione e di trasfigurazione”, come scrive il direttore artistico Massimo Simonini.

Ci sono proposte artistiche che stanno per, o potrebbero, diventare musica, innestandosi  nel corpus musicale occidentale, e per farlo parlano il linguaggio della trasformazione e dell’evoluzione continua, dell’esplorazione di territori sonori e culturali che rimangono da scovare o devono essere inventati da capo. Ma ci sono anche proposte che sono già musica, ma vengono colte nell’attimo in cui stanno cambiando ancora una volta pelle, come se a stare ferme rischiassero di non essere più musica. Nonostante lo sforzo sia stato più intellettuale che fisico, i limiti imposti dal logorio della vita moderna ci hanno comunque imposto di dover saltare (a malincuore) alcune serate. Quello che segue è una specie di diario di quello che abbiamo ascoltato.

4 maggio

È il pianista svizzero Jacque Demierre a inaugurare il palco per quest’edizione del Momento Maggio con The Well-Measured Piano, un  brano per pianoforte ed effetti, con una serie di loop e stratificazioni di suono che costituiscono un flusso ipnagogico.  Il secondo brano, invece, è più classico, inserito in un contesto di pura avanguardia. Voce che usa ogni parte della bocca (e non solo) per costruire suoni da adagiare su di una routine pianistica puramente acustica che prevede la percussione diretta delle corde, l’uso di ogni parte dello strumento in una visione beyond the keyboard delle potenzialità espressive del pianoforte. Breaking Stone è proposto per la prima volta in Italia ed è un elegante esempio di calligrafia avanguardistica che stimola il cervello.

Il secondo set della serata è affidato a una voce iconica dell’avanguardia newyorkese, David Moss, che ha lungamento lavorato nell’ambito dell’improvvisazione e nello studio di nuovi orizzonti espressivi per la voce. Qui si presenta con il sostegno al pianoforte di Daan Vandewalle, pianista belga più giovane del maturo americano, che fornisce la scenografia sulla quale Moss costruisce e dipana la propria narrativa. Le Goldberg Incantations sono una prima assoluta, in cui alla struttura notturna e cerebrale delle Variazioni Goldberg di Johan Sebastian Bach, Moss accosta un viaggio vocale che sfrutta ogni possibilità data dalla voce, che produce suoni, note, rumori e spoken word. O addirittura viene lasciata tacere in favore di un grande momento di pathos in cui Moss mette da parte il microfono e interpreta con l’arte mimica uno dei brani bachiani. Vanderwalle è perfetto nel rallentare, riempire o svuotare il flusso pianistico assecondando l’interpretazione di Moss.

5 maggio

The Alterations erano già venuti a Bologna, ma si tratta di un concerto oramai datato 1983, quando l’ensemble stava girando in tour per l’Europa con la formazione nata nel 1977 nella scene improvvisativa e avanguardistica di Londra. Nel 2015 sono tornati assieme, grazie all’interessamento del Café Oto (ma in quintetto), con il dubbio che poteva trasformarsi in una catastrofe: in fondo come si fa a improvvisare quando ci si conosce così bene e si sa come tenderanno a comportarsi gli altri? I dubbi sono satti fugati, così Steve Beresford (pianoforte, melodica, organo, elettronica e oggetti), Peter Cusack (chitarra acustica, field recordings), Terry Day (batteria, percussioni, oggetti vari, palloncini, flauti di bambù) e David Toop (chiatarra elettrica, basso elettrico, flauti, oggetti vari e violino africano) arrivano sul palco del Teatro San Leonardo con una certa aspettativa nell’aria. Il concerto procede per strappi, tra momenti di grande divertimento, come quando si riconoscono i giochi di rimpallo tra le varie parti, o anche quando Steve Beresford si guarda in giro come un bambino alla ricerca dell’oggetto migliore da suonare in quel momento. Ci sono momenti di ambient destrutturato, aperture improvvise al confine con il blues, sprazzi quasi bucolici come di una passeggiata nel bosco mentre però il rumore della modernità continua a essere una presenza invisibile ma udibile nell’idillio. Dopo un ora di musica, quasi all’improvviso si sente suonare un campanello e la struttura sonora si avvicina al gamelan rumoroso di uno spettacolo del teatro delle ombre indonesiano con inattesi squarci melodici. In grande forma, anche se forse un po’ delusi (i musicisti) da un pubblico non particolarmente numeroso.

11 maggio

Nonostante il ritardo del volo da Oslo dovuto alla neve, le due musiciste che compongono SKRAP si presentano puntuali sul palco, per il loro set a base di live electronics e improvvisazione. La loro particolarità è data dal campionamento della tuba suonata da Heiða Karine Jóhannesdóttir Mobeck, che disegna lunghi bordoni filtrati da una giungla di pedali sui quali Anja Lauvdal intarsia con il synth e appoggia una sparuta componente ritmica. Già volute da Jenny Hval, oggi le due trentenni sono un punto di riferimento della scena jazz e impro norvegese, riuscendo contemporaneamente a trovare una propria voce,  in un settore già piuttosto saturo di proposte, grazie a una personalità che fa del tratto atmosferico un marchio di fabbrica. Che siano delle beniamine del pubblico più giovane si nota dalla sala quasi piena, che lascia puntalmente il teatro nell’intervallo prima dell’esibizione della veterana Natasha Barrett, inglese trapiantata in Norvegia da anni, che porta per la prima volta in Italia Space Chamber, una composizione acusmatica per otto canali di diffusione che avvolge lo spettatore con continui suoni turbinanti che provengono da ogni direzione. I tre brani, tutti in prima esecuzione italiana, sono stati composti tra il 2007 e il 2016 e voglio essere il racconto delle mente di un personaggionato per esplorare l’armonia tra le costruzioni umane e la natura. Ancora una volta, come per il duo SKRAP, la spina dorsale di questa musica che viene dal nord, e che la Barrett ha messo spesso a disposizione di installazioni multisensoriali, è costituita dal confine tra ambiente e natura, con ciò che è umano e artificialemente costruito, come se questi artisti continuassero incessantemente a porre la domanda delle domande: che ruolo ha l’uomo nell’universo.

12 maggio

Uno dei fili rossi che tengono insieme il programma di Angelica di quest’anno, l’esplorazione delle possibilità espressive della voce, ritorna con il primo dei concerti che vedono protagonista un altro cantante e improvvisatore che, come David Moss, è oramai avvolto dall’aura iconica degli apripista. Phil Minton, inglese classe 1940, è qui accompagnato dalla quarantenne cantante sinoamericana Audrey Chen, che costituisce con la sua duttilità una perfetta sponda per le sue improvvisazioni. Negli oltre quaranta minuti di set sono solo le loro voci a riempire la sala del Teatro San Leonardo. Ma è più corretto dire che non si tratta solo del classico canto, quello cioè prodotto dalla manipolazione operata dalla corte vocali sull’aria che i polmoni spingono all’esterno del corpo attraverso il canale orale: Phil Minton e Audrey Chen conducono da anni, in modi diversi e personali, una ricerca su quali altre possibilità articolatorie l’apparato fonatorio umano abbia a disposizione. Si usa quindi ogni singola parte della bocca, si stimolano muscoli che normalmente non sono coinvolti nel canto, si utilizzano tecniche respiratorie peculiari e non si riunincia anche all’interazione ragionata con il microfono. Tra momenti più rarefatti e altri più potenti, si tratta di un’esperienza d’ascolto non facile, ma estremamente appagante.

Di primo acchito più facile, ma altrettanto interessante, è il secondo set della serata, affidato a una coppia che oramai definire strana è fuori luogo. L’uno è Beñat Achiary, basco francese noto soprattutto nel mondo dell’improvvisazione canora con profonde radici nella tradizione folklorica della terra basca, ma anche degli indiani Navajo, del flamenco e del free jazz. L’altro, Erwan Keravec, è un bretone che si dedica da anni al rinnovamento dell’immagine del suo strumento d’elezione ma senza mai trascurare la tradizione musicale della propria terra. Si sono conosciuti a Nanterre, quando un conduttore radiofonico gli ha chiesto di improvvisare insieme ed è nato un sodalizio che dal 2009 porta avanti un percorso di ricerca sonora e culturale di primo rilievo. Lo stile di Achiary è potente, meno duttile di un cantante d’avanguardia che esca da un conservatorio anglosassone, ma capace di aggrappare a una tecnica più istintuale ma comunque raffinata una vena melodica che a tratti sconfina con lo spirituale. Dal canto suo, Keravec applica alla cornamusa (che va detto, nella versione tradizionale bretone è piuttosto diversa da quella più nota delle Highland scozzesi) la lezione delle avanguardie novecentesche: non si limita perciò a intarsi melodici per quanto arditi, ma sfrutta ogni parte dello strumento per produrre variazioni di tonalità e atmosfera, lunghi bordoni che potremmo definire droni, ed esercita la giusta misura per lasciare lo spazio necessario perché la voce di Achiary possa esprimersi (con i volumi di cui è capace una cornamusa, pensata per essere suonata in grandi spazi all’aperto, la possibilità di udire la voce del cantante più potente sarebbe altrimenti praticamente nulla). Il momento più emozionante è quando Achiary canta girovagando per la sala, proprio come un musicista errante, e Keravec sfrutta gli angoli del palco per cercare risonanze ed altri effetti particolari. Un set praticamente perfetto, che infatti non manca di una lunga coda di applausi, cui si aggiungono anche Minton e Chen che sono rimasti in sala per ascoltare.

21 maggio

Due solo, ma molto diversi. Quello di Veryan Weston, 67enne pianista inglese, è un viaggio tra spazio, contrappunto e ritmo percorso sui tasti bianchi e neri del pianoforte. La performance si basa su due brani, in prima italiana, dal programmatico titolo di Getting from A to BGetting from B to A. Il riferimento al minimalismo è chiaro, ma dentro ai quasi cinquanta minuti di esecuzione ci sono tantissimo jazz, ragtime e continui riferimenti all’ambient più colto. Lo stesso Weston, in forma smagliante, guarda a questo tipo di musica quasi come un’esercizio sia filosofico/zen, sia fisico: nel rischio di perdere la memoria connesso con l’età, il necessario esercizio quotidiano per sviluppare la dovuta coordinazione tra mano e occhio è di per sé un contrasto alla decadenza del corpo. I due lunghi brani diventano quindi un’esplorazione senza soluzione di continuità tra la memoria e l’intuizione, in uno strano e allucinato territorio di confine tra coscienza e trance che rapisce completamente la sala.

Il liveset di Bob Ostertag è un pianeta completamente diverso. Frutto di un lavoro praticamente incessante fin dagli anni Settanta, quello di Ostertag è il sogno dell’inventore di strumenti e del programmatore che ci sono in lui: trovare un modo di poter suonare live un sintetizzatore modulare virtuale Aalto in modo che permetta di sfruttare tutte le possibilità espressive del mezzo tecnico. La soluzione l’ha trovata nell’usare un gamepad da videogiochi che viene impiegato per richiamare e modulare le topografie sonore che Ostertag ha pazientemente preparato sul suo Mac. Il risultato è Wish You Were Here, un’opera diffusa su quattro canali indipendenti che cita abbondantemente le colonne sonore dei videogiochi, ma ha legami musicali profondi con le avanguardie elettroniche degli anni Settanta (vengono in mente Karlheinz Stockhausen, ma anche Bruno Maderna, i Popol Vuh e alcuni esperimenti al limite del terrorismo sonoro dell’industrial) e radici politiche che affondano nella controcultura americana, nel mediattivismo e nella critica sociale di Jason Lanier. Non un’esperienza necessariamente piacevole, ma sicuramente un’esperienza che necessariamente innesca riflessioni sul contemporaneo.

23 maggio

Il palco è allestito con due set di batteria e percussioni che si guardano, una a destra e una a sinistra. In mezzo, in una penombra che non verrà mai illuminata, un pianoforte a coda dietro cui si nascondono synth e altri macchinari che verranno usati durante il concerto. Annette Peacock arriva quasi alla chetichella, senza degnare di uno sguardo il pubblico che applaude il suo ingresso. Si toglie lo zainetto dalle spalle, si siede alla tastiera e il concerto comincia. Come da tradizione oramai pluriennale, AngelicA si è spostata per questo evento a Modena, al Teatro Comunale, per cementare la lunga collaborazione con il festival L’Altro Suono. Il concerto di oggi è un unicum, prodotto espressamente per l’occasione e vede impegnati, oltre alla leggendaria musicista newyorkese, due percussionisti: Roger TurnerRoberto Dani. La Peacock ha già suonato con entrambi separatamente, ma il concerto modenese li vede per la prima volta insieme. Il canovaccio è piuttosto lineare, con le open songs della Peacock che vengono arricchite di una texture percussivo-espressiva che genera dall’interplay tra i due altri musicisti. Annette Peacock risulta algida e ieratica dietro al pianoforte, fa un uso discreto di effetti alla voce e, invece, predilige intessere i proprio componimenti di lunghi e larghi tappeti elettronici che fanno quasi pensare che ci sarebbe voluta una sezione d’archi. Sulla bravura di Turner, inglese classe ’66 con solidissime radici nel jazz d’avanguardia, e di Dani, autodidatta italiano che si muove con disinvoltura tra il prog rock e il giro ECM, non c’è niente da dire: entrambi hanno uno stile e una voce personalissimi che va solo ammirata. Ma il dialogo tra loro e Annette Peacock sembra un po’ mancare, come se le due parti della compagnia andassero un po’ per la propria strada e incidentalmente suonassero bene insieme. Il concerto dura poco più di un’ora, durante la quale il controllo e la perizia della Peacock si lasciano ammirare, ma senza davvero mai riuscire a scaldare il pubblico. Da un’occasione del genere era forse lecito aspettarsi qualcosa in più e si esce dal teatro con uno spiacevole retrogusto amaro in bocca.

31 maggio

Il concerto finale di questo festival 2017 è uno degli esercizi intellettuali più interessanti di tutto il cartellone. Con il coinvolgimento dell’orchestra del Teatro Comunale di Bologna, AngelicA si sposta al Teatro Manzoni per una serata speciale dedicata a due compositori molto diversi tra di loro, ma sicuramente tra i più interessanti del Novecento. Da una parte c’è una prima assoluta di un brano per violoncello e orchestra scritto nel 2011 da Sylvano Bussotti, uno dei grandi protagonisti dell’innovazione musicale degli ultimi 70 anni. Il brano viene eseguito in due versioni. La prima è quella “canonica”, in cui il solista – il bravissimo Nicola Baroni per cui il brano è stato appositamente composto – esegue la propria parte così come il compositore l’ha scritta. Nella seconda, lo stesso Baroni, ripete l’esecuzione rispettando il materiale originale, ma con libertà di improvvisare dentro a un “percorso esecutivo con cadenza”. L’effetto è intrigante e squarcia il rapporto tra testo ed esecutore a cui normalmente si è abituati a pensare quando si approcciare la classica, contemporanea o meno che sia. Non siamo di fronte all’introduzione di elementi aleatori, ma dell’accoglimento all’interno della ritualità della fedeltà della musica classica di elementi di possibilità, rendendo il brano molto più un ambiente sonoro, con caratteristiche proprie, dentro al quale gli interpreti devono fare delle scelte e dare un contributo fattivo. Siamo lontani dall’idea di brano come ricetta anche per la seconda parte del concerto, quella in cui l’orchestra del Comunale di Bologna interpreta alcune trascrizioni di brani di una leggenda vivente, ovvero Roscoe Mitchell, fondatore dell’Art Ensemble of Chicago (e già questo dovrebbe bastare), ma anche tanto altro, in una carriera che oramai supera abbondantemente il mezzo secolo. Come nel caso di Bussotti, anche Mitchell, con un background completamente diverso e prevalentemente jazz, arriva a immaginare brani in cui l’improvvisazione è parte integrante di un contesto sonoro costruito e pensato dal compositore. Due sono i brani solamente per orchestra, Who DatSplatter, mentre in altre due occasioni all’orchestra si aggiungono uno o due solisti improvvisatori. Nel primo caso, per Frenzy House, è uno straordinario Gianni Trovalusci, capace di tirare fuori da flauto e flauto basso una varietà di voci impressionante e altamente espressiva. Nel secondo è lo stesso Mitchell, assieme al baritono Thomas Buckner, a impreziosire la prima assoluta di Distant Radio Transmission. La domanda implicita posta da questa scaletta, ovvero che cosa significhi improvvisare e che rapporto questa pratica abbia con la composizione, trova quindi molte risposte diverse, almeno tante quante sono gli improvvisatori e i compositori. Quello che possiamo sicuramente escludere è che si tratti di una mera esecuzione delle prime cose che passano per la testa a chi suona. Improvvisare è saper reagire a stimoli proprio o proposti da altri con la propria cultura musicale, la propria sensibilità, il proprio percorso all’interno di quegli ambienti sonori di cui si diceva, contribuendo in tal modo a tracciare sentieri possibili che aiutino a esplorare l’animo umano.