L’Italia migliora nella difesa della comunità Lgtb. Ma non basta

Un salto in avanti molto significativo. È quello fatto dall’Italia nella tutela dei diritti delle persone omosessuali, trans, bisex e intersessuali. Un punteggio che passa da 20 a 27, in una scala percentuale, dell’indice Rainbow, che definisce la graduatoria tra 49 paesi della regione europea

con Elisabetta Tola

Un salto in avanti molto significativo. È quello fatto dall’Italia nella tutela dei diritti delle persone omosessuali, trans, bisex e intersessuali. Un punteggio che passa da 20 a 27, in una scala percentuale, dell’indice Rainbow, che definisce la graduatoria tra 49 paesi della regione europea. Lo stabilisce il rapporto annuale ILGA-Europe, branca europea dell’Associazione internazionale per i diritti delle persone Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender e Intersex, presentato in occasione della Giornata internazionale contro l’omofobia, transfobia e bifobia (IDAHOT) e in apertura di un forum europeo sul tema che si terrà a Bruxelles dal 19 maggio.

Il rapporto contiene un’analisi dettagliata dei sistemi legislativi e delle situazioni sociali nazionali che influiscono sulla tutela dei diritti delle persone LGBTI.

L’avanzamento dell’Italia è dovuto principalmente all’approvazione della tanto discussa legge Cirinnà, l’11 maggio 2016. La stessa legge che è stata definita “un flop” da alcuni media solo due settimane fa suscitando non poche polemiche. Non c’è dubbio, secondo gli attivisti di ILGA, che la legge abbia al contrario comportato un progresso netto per i diritti delle persone omosessuali. Ma sotto la lente di ILGA finiscono anche le discussioni che hanno accompagnato l’iter di discussione della legge, con dichiarazioni molto offensive da parte di alcuni rappresentanti politici e in generale con un dibattito pubblico in cui il linguaggio ingiurioso e la stigmatizzazione sono stati molto presenti.

L’indice Rainbow viene stabilito di anno in anno prendendo in considerazione sei aree tematiche e 58 diversi criteri che misurano leggi, norme e attività sociali che regolano l’uguaglianza e la non discriminazione, la famiglia, l’hate crime and speech (e quindi la violenza verbale e i crimini contro le persone LGBTI), il riconoscimento legale del genere e l’integrità corporale, lo spazio di azione nella società civile e il diritto di asilo. Tutti i rapporti precedenti e, da oggi, anche il rapporto 2017 sono disponibili sul sito www.rainbow-europe.org.

L’indice dei vari Paesi

A livello europeo la situazione è estremamente diversificata. Si va da paesi come Malta, al primo posto con 88%, o la Norvegia, che quest’anno sale al secondo posto con uno score di 78%, a situazioni molto critiche e del tutto opposte, come quelle di Polonia, Bielorussia, Turchia, Russia e Azerbaijan, in fondo alla classifica con un indice di 5. In questi paesi è la quasi totale assenza di norme a tutela dei diritti e, al contrario, l’attiva discriminazione o addirittura repressione a preoccupare molto ILGA-Europe, associazione che raccoglie 480 organizzazioni da 45 dei 49 paesi analizzati.

Leggi e norme su uguaglianza e non discriminazione

Il rapporto, sostiene ILGA, non è solo una fotografia dell’esistente. Diventa invece un utile strumento per procedere e fare dei passi avanti, nella direzione di sempre maggiori tutele e riconoscimento dei diritti.

Per questo è utile operare dei confronti molto puntuali tra i vari sistemi legislativi. Per esempio, prendendo in considerazione i Paesi più evoluti in questo senso e mettendoli a confronto con l’Italia, vediamo che nel 2017 Francia, Spagna, Germania, Gran Bretagna e appunto Norvegia hanno una legislazione molto più precisa e puntuale nel garantire i diritti di accesso a educazione, sanità, lavoro e altri settori. In Italia la non discriminazione è garantita legislativamente solo nell’ambito lavorativo. Pochi Paesi però hanno incluso a livello costituzionale la tutela dei diritti delle persone indipendentemente dall’orientamento sessuale o di genere.

Al contrario, confrontando la situazione nei Paesi in fondo alla scala dell’indice Rainbow, notiamo una quasi totale assenza di leggi a tutela delle persone LGBTI, fatta eccezione per il mondo del lavoro per il quale esistono leggi specifiche in Ucraina, Polonia e Moldavia. In questi tre Paesi è anche attiva una Autorità garante delle pari opportunità o almeno un piano di azione in questo senso. Sulla Russia l’attenzione è particolarmente alta, per la preoccupante situazione in Cecenia, da dove giungono addirittura notizie di incarceramento, tortura e repressione violenta delle persone omosessuali.

Il diritto di avere una famiglia

Uno degli ambiti più discussi, e uno dei diritti che ha visto maggiore evoluzione negli ultimi anni in diversi paesi europei, è quello del riconoscimento delle famiglie same sex, omosessuali. Anche qui la situazione varia ampiamente da paese a paese. La Spagna, la Francia, la Norvegia e quasi l’intera Gran Bretagna, con l’eccezione del Nord Irlanda, hanno leggi che garantiscono il matrimonio tra coppie dello stesso sesso.

Su questo punto i passi avanti sono stati molti nel giro di pochi anni. Basti pensare allo storico risultato referendario dell’Irlanda, Paese cattolico per antonomasia, che nel 2015 è stata la prima al mondo ad approvare il matrimonio tra persone omosessuali per voto popolare con il 62% di sì. Norme che regolano le unioni civili sono invece in vigore in Italia e Germania. Ma in Italia, lo sappiamo bene, non è stato possibile mantenere nella legge i diritti relativi all’adozione dei figli del partner. Diverse leggi che permettono anche alle coppie dello stesso sesso di avere dei figli, sia per adozione che per accesso alla fecondazione assistita, sono invece in vigore in altri paesi europei.

Se guardiamo ai aesi con score più basso, sostanzialmente solo la fecondazione assistita da single è garantita in quasi tutti i paesi, con eccezione della Turchia. Non ci sono quindi norme di alcun genere in favore delle unioni per persone dello stesso sesso e tanto meno delle famiglie omogenitoriali.

Consigli per migliorare la situazione

Analizzando la situazione Paese per Paese, il rapporto ILGA dà anche, per la prima volta, specifiche indicazioni e raccomandazioni ai legislatori per continuare a rafforzare la strada del riconoscimento dei diritti.

Sull’Italia, ILGA sottolinea che nonostante la ‘historic milestone’ rappresentata dalla legge sulle unioni civili, ci sono davvero molti altri passi da fare. Per esempio, mancando una legge specifica nel nostro Paese contro l’hate speech, il frequente utilizzo di espressioni offensive nei confronti delle famiglie omogenitoriali durante la discussione della legge ha avuto un notevole impatto negativo sulle famiglie arcobaleno.

E così, se nel nostro Paese c’è molta attività da parte della società civile in favore dei diritti, molto meno è stato fatto per completare i diritti della famiglia e per ottenere il riconoscimento legale del genere. Nulla, come già detto, c’è per la tutela delle persone contro l’hate speech e l’hate crime, e quindi contro attacchi come ad esempio il blitz di Forza Nuova contro l’Anddos Gaycenter di Roma nel maggio 2016.

Tra le raccomandazioni per il nostro paese, dunque, c’è quella di garantire pari diritti alle coppie omosessuali a quelli previsti dal matrimonio, di consentire l’accesso alle tecniche di fecondazione assistita per tutti e di proibire interventi chirurgici su persone intersessuali di minore età, se non c’è necessità a livello medico, consentendo loro di decidere se, quando e come intervenire in modo consapevole e informato.

 [da Agi.it]

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