File Under #3: The Scottish and English Skies

Un disco uscito alla fine del 2016 (e uno ancora più indietro) per una formazione di all-star della scena folk britannica: solo traditional riarrangiati con un eccezionale gusto che fanno entrare in una dimensione di viaggio fuori dal tempo

Un disco uscito alla fine del 2016 (e uno ancora più indietro) per una formazione di all-star della scena folk britannica: solo traditional riarrangiati con un eccezionale gusto che fanno entrare in una dimensione di viaggio fuori dal tempo 

Un vero viaggio ha ritmi propri e tempi altri rispetto allo scorrere degli eventi quotidiani, motivo per cui gli appuntamenti con questa rubrica non sono fissi, ma randomestrali, soggetti alle bizze degli ascolti, delle esplorazioni e del caso. Dopo Africa, Paesi Baschi e Armenia, un disco uscito sul finire del 2016 spinge a guardare alle verdi terre delle isole britanniche. Un raccolta di brani tradizionali, reinterpretazioni di un corpus di canzoni la cui origine si perde nella memoria dei popoli che le cantano e suonano. E soprattutto canzoni in cui il legame tra terra e memoria è inscindibile, talvolta il loro stesso motivo di esistenza.

The Furrow Collective, Wild Hog (2016)

Tre donne e un uomo, un quartetto di musicisti e cantastorie che continuano a mantenere vivo il folk delle isole. Il più noto è Alasdair Roberts, noto in proprio, ma anche per il suo continuo sforzo di valorizzazione del patrimonio culturale della sua Scozia (si vedano il disco su St. Kilda, Hirta Songs, con il poeta Robin Robertson, o Urstan in compagnia di Mairi Morrison). Le altre sono tutte attivissime nella scena folk britannica, e non solo: Rachel Newton, Lucy Farrell e Emily Portman. A unirli un sentire comune, come di note che insieme compongono un accordo armonico, per le ballad della tradizione, le canzoni cantate dentro ai pub delle isole, le storie spesso tragiche e horror che si trasmettono così oralmente. Sentire – e vedere – per credere:

La loro strada in comune nasce nel 2013, e questo Wild Hog del 2016 è il secondo disco propriamente detto, con una ancora maggiore coesione, come se il suonare insieme, provare arrangiamenti, bere tè caldo (o pinte di birra) attorno a un tavolo non abbia fatto che affinare l’intesa, intensificare le pulsazioni all’unisono. Nel marzo dello scorso anno, il disco è annunciato con un singolo che in semplici immagini di ordinaria militanza nella scena folk racchiude tutto questo:

Brani più o meno famosi, presi da canzonieri medievali o dal repertorio di qualche folksinger errabondo. Mai originali, questa la regola, che sulle strade del folk non è un freno all’espressione artistica, quanto invece una dichiarazione di appartenenza a qualcosa di più grande, che va oltre il qui e ora, che parla da generazioni e continuerà a farlo per secoli.

Questo non significa, però, rimanere legati a forme sonore stantie, sentite e risentite. La grande sensibilità e bravura dei quattro è riuscire a restare fedeli all’originale, rispettando le pellicole di tempo che si sono accumulate sulle canzoni, ma riuscendo a infondere un tocco moderno, grazie a una sapiente opera di arrangiamento, un raffinato interplay vocale e senza precludere qualche tocco alieno al folk britannico. Vedere per esempio alla voce Wild Hog in the Woods:

Psichedelia soffusa e un banjo più da Appalachi che da torbe scozzesi. Come spiega Roberts in questo live, infatti, il brano ha una storia articolata, che passa da una sponda all’altra dell’Atlantico, come è successo a moltissimi brani.

The Furrow Collective, At Our Next Meeting (2014)

Terra, territorio e canzoni sono anche l’ingrediente fondamentale del primo disco, meno rotondo, ancora alla ricerca di un equilibrio, ma che già mostra sprazzi della meraviglia che arriverà due anni dopo. Si inizia da una Londra, che tra una moglie presa a 17 anni e una Covent Garden nera, si tinge di tragedia nel giro di sole due strofe (Wild and Wicked Youth). Si passa per la collina di Kilworth (Outlaw on the Hill) e le distanze infinite dei mari che portano lontano da casa (Our Captain Calls), ma anche i pascoli e le pecore delle radici rurali, sognate come un Eldorado, o giù di lì:

Ma è una musica capace anche di abissi scuri come la morte e la condanna del destino. Succede, per esempio in Henry Lee, un brano che in una versione personalissima è diventato famoso per il duetto di P.J. HarveyNick Cave, e che qui Lucy Farrell rende spettrale come una foresta spoglia in una notte di luna piena:

Quello del collettivo è un folk cangiante, che pesca ovunque ci sia una buona storia, una bella melodia, un’atmosfera unica. Ciò che sembra contare per i quattro è suscitare emozioni, muovere l’animo e permettere a chi ascolta di indicare una via per un viaggio fuori dal tempo.

 

[Da SentireAscoltare.com]