Hubble, il telescopio miope che ci ha mostrato l’universo in espansione

«So come ripararlo». La notizia bomba arriva in un momento inaspettato, durante la coda per il buffet a un convegno dell’Optical Society americana del 1990. A lanciarla è Aden Meinel, uno dei grandi vecchi dell’astronomia americana, a riceverla John Trauger, uno degli scienziati del Jet Propulsion Laboratory di Pasadena (California) responsabile degli strumenti principali del telescopio spaziale Hubble. Le chiacchiere nate di fronte a un panino e un caffè molto lungo contenevano davvero l’idea giusta. Fino a quel pranzo e a quell’incontro decisivo, il destino di Hubble appariva cupo. Soltanto nel maggio precedente, la stampa di tutto il mondo era arrivata a Greenbelt, poco fuori Washington D.C., al Goddard Space Flight Center della NASA per assistere all’apertura delle palpebre, per così dire, di Hubble. C’era grande attesa, dopo il lancio in orbita senza inconvenienti, e quando le immagini che appaiono sullo schermo sono distorte, fuori fuoco e impossibili da decifrare, la delusione del pubblico e, soprattutto, degli addetti ai lavori è grandissima: il telescopio orbitante che doveva coronare un sogno scientifico lungo trent’anni, era miope.

 

Che cos’è Hubble?

Lo Hubble Space Telescope è un telescopio spaziale in orbita bassa (560 kilometri) lanciato il 24 aprile 1990 con lo Space Shuttle Discovery. I suoi quattro strumenti principali, ancora in servizio probabilmente fino al 2020, osservano l’universo nello spettro della luce visibile, del vicino infrarosso e del vicino ultravioletto, grazie al grande specchio principale di 2,4 metri di diametro.

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Il telescopio Hubble a bordo dello Space Shuttle Discovery nel 1990 (Immagine: NASA)

 

Il grande vantaggio di Hubble deriva da due condizioni che sono possibili solamente a quell’altezza. Innanzitutto, non ci sono fonti luminose che ne disturbano il lavoro di raccolta dati e questa è una delle ragioni per cui, anche sulla Terra, i telescopi vengono costruiti lontano dalle città. Il secondo vantaggio della posizione di Hubble è l’assenza dell’atmosfera, dunque non ci sono gas tra gli strumenti e la fonte luminosa che alterino le rilevazioni. Ma non ci sono nemmeno nuvole che ne ostacolino l’operato, rendendolo una macchina virtualmente in grado di operare 365 giorni all’anno, 24 ore su 24.

Hubble non è il primo telescopio spaziale. Progetti di strumenti simili, sebbene su di una scala minore, hanno caratterizzato il ventennio immediatamente successivo alla Seconda Guerra mondiale. Negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, a seguito del primato spaziale raggiunto dall’Unione Sovietica con il lancio del primo satellite artificiale della storia, lo Sputnik, l’Agenzia Spaziale americana (NASA) costruisce e manda in orbita due osservatori astronomici orbitali (OAO: Orbital Astronomical Observatories) che operano nell’UV e nella frequenza dei gamma. Anche gli inglesi mandano in orbita uno strumento, un osservatorio solare, nel 1962. Ma è dalla fine degli anni Sessanta e con l’inizio degli anni Settanta che si comincia a parlare di uno strumento grande, innovativo e avveniristico che l’Accademia delle Scienze americana battezza Large Space Telescope project: il seme di Hubble era stato gettato.

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