Marco Boscolo

science & tech writer, data journalist, science communicator, music lover

Bon Iver – 22, A Million

Quando il New York Times decide di occuparsi di te con un articolo così lungo, vuol dire che qualcosa è cambiato in modo definitivo, nonostante tutti i tuoi desideri di tornare a nasconderti tra le nevi e i laghi del Wisconsin. E non è successo solamente dall’altra parte dell’oceano, o in Gran Bretagna, dove il tuo genere di musica è una cosa seria. È successo anche qui da noi, in Italia. Si scrive del tuo ultimo disco nelle pagine interne del supplemento Il Venerdì de La Repubblica: lo spazio della “cultura” letto dai babyboomers nostrani, dalle casalinghe di Voghera e da tutta la classe media, Dem e non solo. Quando le cose stanno su questo piano, si capisce, allora, la preoccupazione che metti in quel verso che apre il disco, «It might be over soon» (“presto tutto potrebbe finire”, ma anche “essere alle spalle”) in 22 (OVER S∞∞N): aspettative enormi dopo i successi planetari di For Emma, Forever AgoBon Iver. Umano, fin troppo umano, aver dubbi sulle proprie capacità, timori di sbagliare il “fatidico” terzo album. I cinque anni che hai aspettato, quelli in cui sei diventato amico di Kanye West e hai collaborato praticamente con chiunque, sembrano un sensato tentativo di allontanare il momento fatidico in cui dovrai tornare nei panni di Bon Iver e incidere altre canzoni. In pratica, un esame senza appello.

Ci potevano essere modi diversi per fare questo passo, dopo tanto girarci attorno e – perché no? – tentativi di esplorare strade incerte senza dover usare il moniker principale. Potevi tornare davvero nei boschi e, romantico come il ricordo di un testo di Thoreau, darci un For Emma part 2. Nessuno si sarebbe scandalizzato, le vendite sarebbero probabilmente state dalla tua parte, i fan della prim’ora avrebbero apprezzato, i coerentoni, quelli che “ma ci avevi detto che quella parte della tua vita era chiusa per sempre” avrebbero forse storto il naso ma poi “comunque sono grandi canzoni come allora”. Potevi anche prendere una band grande, come hai fatto per il secondo disco e per i Volcano Choir, e continuare a percorrere il tuo ideale di rock un po’ cantautorale, un po’ post, un po’ folk e via etichettando. Chi ti aveva conosciuto con Bon Iver avrebbe trovato conferme, la stampa avrebbe avuto un po’ poco da dire (“non è come la prima volta, ma è una conferma di solidità artistica”), chi aveva intravisto nelle tue sperimentazioni con software, autotune e vocoder una forma di innovazione in un genere frusto sarebbe rimasto un po’ deluso, ma in fin dei conti si sarebbe anche detto che sarebbe stato per la prossima volta.

Hai invece scelto un’altra strada, cambiando ancora, puntando su un lavoro solitario, almeno per la parte compositiva, che mettesse proprio la voce al centro: vocoderata, autotunata, effettata, manipolata, sovraincisa ma sempre voce. Il disco porta così totalmente in territorio Bon Iver quelle sonorità che andavi sperimentando ramingo, ripetendo che ti volevi staccare da quell’immaginario folk-hipster in cui eri (involontariamente?) finito. E poi ribadendo che fondamentalmente nemmeno stare nello stesso scaffale virtuale di Neil Young e Bruce Springsteen era quello che immaginavi. In fondo, con l’Eaux Claire ti sei ritagliato un festival sulle cose che ti piace ascoltare, perché non dovrebbe essere così anche per la musica? Io sono Justin Vernon/Bon Iver, prendo tutto quello che ritengo essenziale e ne faccio la mia musica. Ma sono – fondamentalmente – io e io soltanto: solo con la mia anima, con il mio pensiero e con i miei sentimenti. Che gli amici musicisti, la comunità che mi segue e si identifica nella mia musica, la famiglia e la terra da cui vengo non possono che stimolare a crescere nella propria unica e specifica miscela di elementi. Eccovi quindi un rapporto, quello tra me (il 22 – due volte due, secondo la numerologia del disco) e il mondo (quel milione che è simbolo della moltitudine) che si declina in dieci brani e che non è per niente come ve lo sareste aspettato, eppure è totalmente Bon Iver.

È un disco nato dal tremore di fronte alla pagina bianca (dissimulato un pochino collaborando con all’ultimo James Blake), come raccontano le note stampa, riempito con ore e ore di improvvisazioni e idee registrate in autonomia, come un dittafono/diario personale. Hai preso quei file, ci hai giocato, li hai manipolati come un bambino che non ha paura di sporcarsi le mani nella plastilina per creare le forme che ha in mente. Hai impastato, pasticciato, costruito e poi distrutto finché non hai trovato una sintesi di poco più di 30 minuti. Dentro ci sono finiti esperimenti di astrazione soul-ambient (715 – CR∑∑KS21 MN WATER con il sax dell’amico Colin Stetson), brani soul dove hai abbandonato per un attimo il falsetto (8 (circle)), le preghiere del come-back-home (ooooo Million) che suonano di oggi ma sembrano venire dalla notte dei tempi. Alcuni attimi sono addirittura abbacinanti, come per esempio quando costruisci il crescendo emotivo e melodico di 29 #Strafford APTS e il suono caldo che hai imbastito si scontra volutamente con la realtà del glitch, del black mirror, della traccia di Pro Tool che per un attimo si pettina e infastidisce le orecchie. È uno dei momenti migliori dell’album, ed è contemporaneamente una riflessione sulla natura della musica (di Bon Iver) di oggi: che cosa sia (ancora) naturale e cosa artificiale, o il senso dei confini e dei limiti tra generi ed esperienze artistiche.

Ci sono altri apici, in questo tuo lavorare come un artigiano del folk che ha a disposizione una piena e totale consapevolezza dell’attuale. C’è il tiro quasi da dancefloor di 10 d E A T h b R E a s T ⚄ ⚄, che torna ancora sul tema naturale/artificiale, e che si adagia su un pattern di percussioni che sembra trovato per caso. C’è la grandeur del piano che dialoga con lo sfondo musicale di 33 “GOD” e c’è quel tuo lato rock-dark in 666 ʇ, con quel suo riferimento satanico che lascia un brivido e quella chitarra e quei fiati che ricuciono il tutto: sarà un pezzo clamoroso dal vivo.

Eppure c’è qualcosa che non torna del tutto, al netto di quei grandi brani di cui si è detto. Ci sono sprazzi di bellezza forse superiore a qualsiasi altra cosa tu abbia mai registrato, Vernon. Ma l’eccesso di vocine ed effetti è talvolta stucchevole, perché sembra più un tentativo di nascondere idee di cui non eri del tutto sicuro, che un modo per esaltarle quando, invece, sono buone. Ad ascoltare tutto il disco di fila, perdendosi dentro alla sua simbologia e ai suoi rimandi interni, si ha come l’impressione che anche tu ti sia un po’ perso, non riuscendo ad avere più la lucidità necessaria per distinguere quali delle forme di plastilina fossero da tenere e quali da ributtare nel mucchio per rimpastare. Ma può essere normale per chi è sempre stato uno studente sopra la media e adesso si vede costretto impegnarsi davvero per la prima volta, perché dopo due manciate di canzoni d’istinto è arrivato il momento della ragione e del sudore, quello che la pagina bianca provoca. Sei stato furbo a dissimulare queste tue paure centellinando apparizioni per non sparire mai dalla scena (che poi quando dici una cosa, tendi a tirare fuori il ditone da moralizzatore come con Beyoncé) e gestendoti dentro ai suoni di questo disco, perché quasi non si sentono: serve molto impegno per andarle a cercare. Quello che non piace è che avresti potuto essere più onesto e non fare un disco che ti lascia a metà del guado. Avresti potuto aspettare ancora un po’, riuscendo a sopportare la pressione. Oppure avresti potuto davvero fare il tuo Amnesiac, il tuo Achtung Baby: quel disco che crea una nuova identità e apre uno spazio nuovo nella tua musica. Qui c’è solo qualche lumicino lontano: adesso devi però dimostrare di essere in grado di raggiungerlo.

[Da SentireAscoltare.com]

Xenia Rubinos – Black Terry Cat

Per sua stessa ammissione, Xenia Rubinos non sa suonare quasi niente alla perfezione; anzi, preferisce che ogni strumento che imbraccia sia una nuova sfida per mantenere alta la concentrazione e il focus. Prendete queste quattordici tracce pubblicate per ANTI-: sono state composte soprattutto al basso, uno strumento che non aveva mai suonato prima. L’idea, secondo le sue intenzioni, era che così sarebbe emersa ancora di più la voce. Giusto, la voce: nodo essenziale per lei e la sua musica, con la bella timbrica fumosa che la contraddistingue fin dall’esordio autoprodotto Magic Trix (poi pubblicato ufficialmente da Ba Da Bing Records). Ma la voce è anche quella che la musica può dare a una comunità, alle minoranze razziali in una megalopoli come New York, come Roma o Sidney, per far uscire dalla marginalità istanze sociali e politiche.

Così, la giovane cantante e polistrumentista americana imbraccia tutto il ghetto power che riesce a raccogliere, lo mescola ai miti femminili della musica e dei diritti delle comunità afroamericane (i santini Nina Simone Billie Holiday), a una propria versione 2.0 del baduizm, e si pone come potenziale nuova icona anche per le minoranze caraibiche in una versione indie del latino proud di una Jennifer Lopez anni Novanta. Si inserisce così in quel filone di orgoglio razziale che recentemente sta diventando sempre più importante nel music business USA e nel quale milita, grazie al suo ultimo disco, anche Esperanza Spalding. È un movimento culturale ampio e variegato, che con un libro come Ebony and Ivy di Craig S. Wilder riporta al centro del dibattito l’eredità dello schiavismo, e con il movimento #OscarSoWhite di Spike Lee ha posto l’attenzione ancora una volta sulle esclusioni. Ma è anche la polemica sul whitening delle celebrity USA (solo per le donne, ovviamente, vedi Lil’ Kim) o la conta degli omicidi fatta da Ta-Nehisi Coats (recentemente tradotto anche in italiano).

Politica e questioni sociali a parte, il disco suona bene. È un meticciato sonoro a tratti bellissimo, con alcuni brani (Mexican Chef, Just Like I, Don’t Wanna Be, Lonely Power) entusiasmanti per ricercatezza ritmica, riferimenti stratificati da andare a gustare ascolto dopo ascolto. La musica di Xenia Rubinos riesce sempre a rimanere diretta, a tratti quasi punk (come potrebbe intenderlo Manu Chao), pur costruendosi su spigoli ritmici e sincopi che ricordano talvolta un’altra artista che fa tutto da sola, ovvero tUnE-yArDs. Black Terry Cat è un disco di strada come l’hip hop che fa capolino qua e là, e Xenia si costruisce il sound system da sola, suonando tutto (tranne la batteria, affidata all’amico e produttore Marco Buccelli), insistendo a volte quasi ossessivamente sulle ritmiche in battere, sulle tastierone crunchy, sui cambi di direzione e ritmo. Non tutto funziona, e una maggior sintesi avrebbe probabilmente giovato, ma il risultato è fresco come un pugno di faccia.

[Da SentireAscoltare.com]

Olga Bell – Tempo

In una recente intervista, di pochissime parole a dire il vero, concessa in occasione della pubblicazione del primo video ispirato dai brani del nuovo disco (Randomness, girato da Minister Akins a cui si è chiesto un aggiornamento del suo lavoro per Truth Tella di Cakes Da Killa), la russa accasata a New York, Olga Bell, ha specificato che 125 bpm è il suo tempo preferito. Nel suo secondo disco, dopo l’acclamato esordio in lingua natia Krai e un EP che già metteva in mostra la tendenza all’elettronica, la collaboratrice dei Dirty Projectors completa il processo e getta completamente il cuore sul dancefloor. Il suo è un amore per il Detroit sound anni Novanta, esplicitamente evocato e ricercato con una schiettezza e una sicurezza che fanno intravvedere quanto abbia studiato Robert Hood e Jeff Mills.

Ma l’operazione non è solamente nostalgia per un suono che l’artista sostiene di aver introiettato inconsciamente nell’adolescenza Nineties o un’operazione calligrafica per un mondo scoperto d’improvviso. I dieci brani di Tempo portano dentro al mondo house secondo Olga Bell, attualità visionarie à la The Knife, citazioni di un altro monumento anni Novanta come il trip hop di Bristol (Wandering Star dei Portishead è citata esplicitamente nella disturbata Stomach It, ma anche l’atmosfera dell’opener Power User ricorda da vicino quelle di Dummy), il canto pentatonale (nella fascinosissima Regular). A ben guardare, infatti, l’unico brano “classicamente” da club è Ritual, in cui – guarda caso – la voce è affidata a una vocalist, Sarah Lucas, dalle pronunciate venature black.

Sostiene Olga Bell che il processo è stato progressivo, meno bisognoso di intermediazione digitale, e la necessità di ricongiungersi con la sfera fisica è stata esaltata dal beat della musica da club. Se l’EP precedente sembrava volerla collocare in un pop avanguardistico colto sulla scia di Björk (possibilità comunque non esclusa), qui la Nostra sembra più calata nel qui e ora, per un disco breve, urgente, probabilmente sentito nel profondo. Di sicuro, visti i continui cambi di direzione, non ci si annoia.

[Da SentireAscoltare.com]

Scott Walker – The Childhood of a Leader OST

È sempre difficile separare le musiche dalle immagini per cui sono state pensate. E non fa eccezione nemmeno questa colonna sonora, la prima da quella composta per Pola X nel 1999, che Scott Walker ha messo a disposizione del debutto cinematografico di Brady Corbet, vagamente ispirato al racconto eponimo di Jean-Paul Sartre. Certo, il peso dell’autore di Tilt The Drift (per tacere dell’intera carriera Sixties, altrettanto importante) è tale che non può passare inosservato. In più, c’è il tema: il coming of age di un bambino durante i fatti storici che porteranno al Trattato di Versailles post Prima Guerra Mondiale, un bambino che passerà rapidamente dalla sicurezza di un ambiente borghese al brivido della violenza nazi-fascista. Siamo, attraverso Sartre e il film, all’interno di quella riflessione dai sapori squisitamente foucaultiani sul rapporto tra gli atti dell’individuo e le cause sociali che li determinano, un tema che a modo tutto suo Walker ha affrontato fin dal suo ritorno nella seconda metà degli anni Novanta (si veda la sua rilettura di Pasolini al riguardo).

Tolti gli orpelli filosofici e sociologici, i trenta minuti dell’OST sono un passo laterale rispetto alla discografia più recente di Walker, eccezion fatta per un filo narrativo che ha caratterizzato in modo personalissimo tutte le sue ultime produzioni, anche quella in coabitazione con i Sunn O))). Qui il Nostro si prende il lusso di far eseguire tutto dal vivo a un’orchestra di 46 archi, 16 fiati e via dicendo, per un totale di più di settanta musicisti. Dietro alla console siede il fedelissimo Peter Walsh e la direzione musicale è affidata a un altro collaboratore di vecchia data, Mark Warman. Il tema di apertura è un continuo rimando alle colonne sonore espressioniste, in perfetta filologia con l’ambientazione della pellicola, e le stesse matrici espressioniste si ritrovano anche nei bozzetti brevissimi che completano il lavoro. L’oscurità è accentuata nell’uso disturbante di droning, che per esempio nella breve Up The Stairs servono da elemento drammatico, o in una sequenza come quella del sogno, dove l’orchestra lascia spazio a un elettroacustica densa come la pece che assolve perfettamente al ruolo di catalizzatore psicologico. Altri due brani da sottolineare sono The Meeting e il finale, dove l’atonalità novecentesca e una marzialità oramai conclamata servono da elementi focalizzanti per una colonna sonora che non lascia mai calare davvero la tensione (e anche The New Dawn, addolcita da ampi spazi quasi bucolici, non lascia davvero del tutto la vena oscura).

Disco laterale, che forse non deve essere messo al fianco degli ultimi capolavori in termini di direzione artistica, ma perfettamente compiuto e che mostra che oltre a essere un performer, come ama ripetere, Walker è un artista che sa mettere il proprio talento anche a disposizione degli altri.

[Da SentireAscoltare.com]

Melanie de Biasio – Blackened Cities

Per capire davvero un disco come questo bisogna, per una volta, abbandonare la propria stanzetta, il proprio giardino di sicurezze e affrontare una città in decadenza, camminare per le sue strade sotto una pioggia leggera e un cielo plumbeo, alla ricerca dei segni di un passato industriale che ora sta sempre più lasciando il terreno alla gentrificazione. Melanie De Biasio, belga dal pedigree genetico meticcio e migrante come testimonia il cognome, è di Charleroi ma orbita attorno alla scena di Bruxelles, una delle città europee che meglio simboleggiano la decadenza dei sogni finanziari e post industriali degli anni Novanta e Duemila: mucchi di immondizia abbandonati appena dietro l’angolo dei palazzi del potere europeo, una comunità di homeless che si è ripresa il centro della città sempre più vuoto di abitazioni e pieno di sole catene internazionali dello shopping, quartieri con storie stratificate come quel Molenbeek appena fuori dal pentagono che delimita il cuore della città e che è oramai stato etichettato come covo urbano dello jihadismo più sanguinario.

Dopo averla lasciata con No Deal, il suo secondo disco vero e proprio, intenta ad operare sulle atmosfere nere che possono scaturire dal lavoro sui classici della canzone jazz, la ritroviamo espandere ancora, e questa volta a dismisura, quell’intuizione, per un unico brano di 24 minuti che si costruisce come un mediometraggio atmosferico sulla città post-tutto di oggi. Blackened Citiesnasce come una jam in studio con una band formata da Pascal Mohy al piano, Pascal Paulus ai sintetizzatori vintage, Sam Gerstmans al contrabbasso, Dre Pallemaerts alla batteria e Bart Vincent ai cori. Sul tappeto sonoro creato da questi cinque compagni di viaggio, Melanie De Biasio adagia ora la voce, ora il suo flauto, delineando un suono vivo, nordeuropeo, immaginifico, a tratti travolgente. Il ritratto urbano che ne scaturisce è una discarica di sogni di gloria, dove però (vedi copertina) un raggio di sole pallido è ancora in grado di filtrare tra le nuvole, riuscendo talvolta a illuminare di magia qualche angolo.

[Da SentireAscoltare.com]

Gratitudine di Oliver Sacks

Ho detto la mia sull’ultimo di Oliver Sacks sul numero di Settembre di Mente&Cervello:

sacks_mente_cervello

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