Marco Boscolo

science & tech writer, data journalist, science communicator, music lover

La presa dell’Antartide

Prima di conquistare l’Antartide, bisognava dimostrarne l’esistenza. Ipotizzato da tempi remoti come un grande continente, nel Settecento la Terra australis rimaneva più un mito che una realtà. Nel gennaio del 1773, mentre varca in nave il circolo polare antartico, James Cook è preoccupato, anzi quasi spaventato. Scriverà che il pericolo che si corre a queste latitudini, con gli iceberg che spuntano ovunque in acque ignote, è tale che “io oso asserire che nessuno potrà mai penetrare più in là di quanto mi venne concesso e le terre che possono trovarsi al sud non saranno mai più toccate”. Si sbagliava, perché come era già successo proprio a lui, il senso della sfida, il gusto per l’ignoto e il la possibilità di compiere un’impresa leggendaria hanno mosso molti altri uomini dopo di lui. E continuano a muoverli.

TERRA AUSTRALIS INCOGNITA, Hondius, 1618, pars tabulam AMERICA noviter delineata, auct. Jodoco Hondio, 1618; H. Picard fecit [1640].
TERRA AUSTRALIS INCOGNITA, Hondius, 1618, pars tabulam AMERICA noviter delineata, auct. Jodoco Hondio, 1618; H. Picard fecit [1640].
Terra! Terra!

Se James Cook, l’uomo che per conto della Royal Navy britannica ha battuto quasi palmo a palmo l’Oceano Pacifico, è il primo europeo a oltrepassare le colonne di Ercole ghiacciate del circolo polare antartico, il primo navigatore a scorgere terra in quei mari potrebbe essere stato Fabian Gottlieb Thaddeus von Bellinghausen con le due navi VostokMirnyj della marina dello zar Alessandro I. Il 26 gennaio del 1820, 47 anni dopo Cook, la sua è la seconda spedizione della storia a varcare quel limite e nel diario di bordo segnala di aver avvistato terra, ma probabilmente si trovava a 69º 21′ 28″ S e 2º 14′ 50″ W e quello che ha visto, con tutta probabilità, non è il continente meridionale che stava cercando, ma dei semplici banchi di ghiaccio. Negli anni successivi, in quei mari navigano l’inglese James Weddell, che raggiunge 74° 15′ di latitudine sud, e il francese Jules Sebastien Cesar Dumont d’Hurville, che dopo essere salpato da Tolone nel 1837 scopre la Terra Adelie, così chiamata in onore della moglie. La corsa per la scoperta è aperta e nessuna delle grandi potenze europee vuole rimanere alla finestra, aspettando che siano gli altri a segnare il punto.

Oramai il piede a terra è stato messo, ma i viaggi di James Clark Ross sono quelli che danno i risultati più importanti. Tra il 1839 e il 1843, come racconta nel suo A Voyage of Discovery and Research in the Southern and Antarctic Regions, batte le coste del continente che fino a pochi decenni prima sembrava semplicemente un miraggio tra i ghiacci. Scopre quella che oggi si chiama Terra Vittoria in onore di sua maestà la regine dell’Impero Britannico che ha finanziato la spedizione, il canale di McMurdo, il mare e la grande barriera di ghiaccio che prendono il suo nome. In cinque anni, durante i quali ha fatto base in Tasmania nei mesi invernali, Ross ha contribuito a mettere l’Union Jack un po’ ovunque sulla carta dell’Antartide. Nel frattempo la Russia si sfila dalla corsa, e non vi rientrerà che dopo la Seconda Guerra mondiale con un nuovo nome, U.R.S.S., e lo zar un lontano ricordo. A provare fare definitivamente proprio il continente è quindi la Corona inglese.

La conquista del Polo Sud

Una volta accertata l’esistenza di una Terra australis e avervi messo piede, la sfida si sposta sull’esplorazione del territorio. Il contributo dato dalle spedizioni di Ross è enorme. È lui che apre la strada sul terreno ghiacciato, ma bisogna attendere più di mezzo secolo perché cominci la corsa più famosa e appetitosa, quella per la conquista del Polo Sud. Tra il 1901 e il 1904, la missione Discovery della Royal Society e della Royal Geographical Society britanniche è un atto interlocutorio e serve per le rilevazioni preparatorie al raggiungimento del vero obiettivo. Ma è anche l’occasione per prendere confidenza con quell’ambiente estremo di alcuni personaggi che diventeranno protagonisti della conquista del Polo, tra cui Robert Falcon Scott (che comanda la missione) e Ernest Shackleton. Facendo base vicino allo Stretto di McMurdo, Scott e gli altri compiono diverse attraversate della Piattaforma di Ross in slitta con l’obiettivo di raccogliere quante più informazioni possibili sul meteo, la geologia e le geografia dei luoghi. Tentano anche di raggiungere il Polo Sud, ma abbandonano perché nessuno dei membri della missione è davvero preparato per una ambiente così estremo.

Tra il 1907 e il 1909, Shackleton e altri tre compagni della missione Nimrod effettua un nuovo tentativo, ma a soli 180 km dal Polo è costretto a battere in ritirata: ancora una volta la scarsa preparazione alpinistica è il limite principale. L’anno di svolta è il 1911, con l’Impero britannico però battuto dal norvegese Roald Amudsen. Raggiunta la Piattaforma di Ross nella zona della Baia delle Balene a bordo della nave Fram, il 29 ottobre, con altri tre uomini e quattro slitte, muove verso il Polo. Solo due giorni dopo,  il 1 novembre, la spedizione capitanata da Scott parte verso il Polo da un altro punto della Piattaforma di Ross, nei pressi di Cape Evans. Per mesi i due gruppi di uomini gareggiano senza sapere nulla dei progressi degli avversari, con al sola speranza di arrivare primi.

La missione guidata da Roald Amudsen e la tenda eretta al Polo Sud il 16 dicembre 1911 (Fonte: Wikimedia Commons)
La missione guidata da Roald Amudsen e la tenda eretta al Polo Sud il 16 dicembre 1911 (Fonte: Wikimedia Commons)

Amudsen arriva al Polo Sud il 14 dicembre, grazie all’eccellente preparazione della missione (soprattutto sul fronte dei materiali impiegati) e un’accurata scelta dell’itinerario. Anche Scott riesce ad arrivarvi, ma 5 settimane più tardi, il 17 gennaio del 1912, quando oramai Amudsen è vicino al campo base, dove arriva il 25 gennaio. Al Polo, Amudsen e i suoi uomini rimangono 5 giorni, effettuando misurazioni scientifiche, scattando fotografie e festeggiando la conquista. Scott e i suoi uomini, invece, trovano una bandiera nera lasciata dai norvegesi che simboleggiava la sconfitta. È un colpo duro, ma c’è ancora da ritornare al campo base, impresa non facile vista il peggior equipaggiamento e le maggiori difficoltà incontrate durante il tragitto. Purtroppo il viaggio verso Cape Evans si interrompe sulla Piattaforma di Ross, dove tutti i membri della spedizione trovano la morte in marzo. Celebre è la frase che Scott scrive nel suo diario (ritrovato da una spedizione successiva): “Fossimo sopravvissuti, avrei avuto una storia da raccontarvi sull’ardimento, la resistenza ed il coraggio dei miei compagni che avrebbe commosso il cuore di ogni britannico”.

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Dopo la conquista

La presa del Polo Sud ha soprattutto un valore simbolico e l’Antartide era l’ultima grande parte delle terre emerse che dovevano ancora essere esplorate. Oltre il prestigio, però, ha offerto pochi vantaggi alle nazioni coinvolte. La conoscenza del territorio è andata progressivamente migliorando nel corso dei decenni successivi, grazie a una serie di spedizioni condotte da diversi paesi. Una delle più famose è probabilmente quella tentata da Shackleton tra il 1914 e il 1917 e che prevedeva la prima attraversata a piedi dell’Antartide, senza però riuscire. Tra le due guerre mondiali si assiste a una serie di esplorazioni aeree che contribuiscono non poco a chiarire la morfologia del continente. Contemporaneamente cominciano anche le rivendicazioni territoriali. Paesi come il Regno Unito, la Norvegia e la Francia, che hanno attivamente condotto missioni di esplorazione rivendicano come propri alcuni territori sui quali sostengono di poter esercitare un diritto in quanto primi arrivati. Ma anche l’Argentina, il Brasile, la Nuova Zelanda e il Cile, questa volta per vicinanza territoriale, provano ad avanzare delle rivendicazioni. In realtà, nonostante alcune di queste rimangano ancora formalmente in piedi, tutto si blocca però con il Trattato Antartico stipulato a Washington nel 1959 ed entrato in vigore nel 1961, che sospende tutte le rivendicazioni territoriali (anche se non le rende nulle) e che riguarda tutti i territori oltre il circolo polare antartico.

Stazione McMurdo, la più grande delle basi scientifiche dell'Antartide
Stazione McMurdo, la più grande delle basi scientifiche dell’Antartide

Nel secondo Dopoguerra, infatti, risulta sempre più evidente alla comunità scientifica internazionale il valore che l’Antartide può avere in termini di conoscenza: condizioni estreme, habitat naturali mai alterati dall’azione umana, una geologia tutta da scoprire e molto altro ancora. La svolta si realizza durante l’Anno Geofisico internazionale (1957-58), durante il quale i paesi partecipanti concordano che in Antartide non si potranno effettuare test bellici, non si potranno costruire basi militari (ma i militari possono partecipare alle missioni scientifiche), non si potrà sfruttare da un punto di vista minerario e petrolifero le eventuali risorse del continente. In poche parole, si realizzano le condizioni per la nascita di un territorio quasi incontaminato tutto votato alla ricerca scientifica. Dagli anni Cinquanta in avanti vengono costruite le prime basi scientifiche in diversi punti del continente e oggi sono 80, in cui vivono temporaneamente tra le 1000 e le 5000 persone: una piccola comunità per un territorio immenso, che è anche uno dei pochi luoghi al mondo dove le regole della scienza sono preponderanti rispetto agli interessi politici, in una specie di libera repubblica della conoscenza.

 

[Da OggiScienza.it]

Le Storie Naturali di Primo Levi

Lo scorso 2016 l’editore Einaudi ha pubblicato una nuova edizione aggiornata e più completa delle Opere di Primo Levi e l’evento è celebrato da una mostra, I mondi di Primo Levi. Una strenua chiarezza, che fino al 19 febbraio è visitabile al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci” di Milano: una buona occasione per tornare sui suoi racconti fantascientifici e fantastici.

Non fosse altro che per la facilità con cui l’abbiamo incontrato nel percorso scolastico, Primo Levi è sicuramente una figura familiare di testimone della barbarie della seconda guerra mondiale, e in particolare dell’internamento, per i suoi due libri sulla sua prigionia ad Auschwitz (Se questo è un uomo del 1947 e ripubblicato nel 1958 da Einaudi) e il viaggio di ritorno a casa alla fine del conflitto (La tregua del 1963). Ma questo è solo una parte della scrittore Primo Levi, che in prima persona era consapevole del rischio di essere messo nell’angolo dei testimoni dell’orrore e che, sempre con il proprio stile pacato, ha cercato di emanciparsi da quell’etichetta che gli andava stretta. Tra le raccolte di racconti, quasi sempre a sfondo fantastico e fantascientifico, abbiamo scelto di rileggere la prima, Storie naturali, pubblicata nel 1966.

Primo Levi, chimico

“Un diffuso pregiudizio vuole che chi pratica le scienze esatte e tecniche sia un uomo arido, negato alle altezze dello spirito e all’emozione della creatività vera: può arrivare a risultati pratici e concreti, di utilità quotidiana, ma non aspirare all’Arte.”

Si apre così l’introduzione di Ernesto Ferrero al volume di racconti pubblicato da Einaudi nel 1997 che contiene, oltre a Storie naturali, anche le successive raccolte Vizio di formaLilit. In poche righe Ferrero inquadra l’altro problema che per lungo tempo ha determinato la lettura della critica dell’opera di Primo Levi oltre alla doppietta tragica iniziale.

L’aver lavorato per tutta la vita come chimico in una fabbrica di vernici di Settimo Torinese, la SIVA, ricordando nelle occasioni pubbliche quanto gli sia sempre piaciuto fare questo mestiere, per le abitudini della classe degli intellettuali degli anni Sessanta e Settanta (ma anche successiva) sarebbe un ostacolo alla scrittura che aspiri all’Arte. Levi ne è consapevole, ed è consapevole del rischio di proporre i propri racconti pieni di ironia e situazioni fantastiche a un pubblico che lo ha inquadrato come “quello di Auschwitz”. Per fortuna si mette di mezzo Italo Calvino, che lavorava in Einaudi, che lo incoraggia a proseguire la sua ricerca e a non rinunciare a questi suoi racconti. Il risultato è Storie naturali, che inizialmente – per pudore? – viene pubblicata sotto lo pseudonimo Damiano Malabaila.

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Primo Levi con alcuni dei suoi libri e alcune traduzioni. Nella prima fila si vede la copertina delle Storie naturali di Damiano Malabaila – Immagine Famiglia Levi via Museo Scienza e Tecnologia di Milano

Damiano Malabaila, scrittore

Il dibattito tra scienza e arte, Primo Levi, sembra volerlo liquidare con un racconto in forma di dialogo che si intitola Il versificatore, in cui l’americano signor Simpson, rappresentate per l’Italia della ditta NATCA, è chiamato a una dimostrazione del funzionamento dell’ultimo ritrovato della tecnologia a stelle e strisce: una macchina in grado di produrre autonomamente versi in qualsiasi lingua, stile e metro desiderati. Un bel risparmio di tempo per il Poeta che non riesce a esaudire tutte le richieste in agenda. Ma la segretaria del Poeta è preoccupata dalla disumanizzazione del lavoro che una diffusione massiccia del versificatore procurerebbe. A farla da padrone è l’ironia, con l’autore che sembra voler bonariamente prendersi gioco non solo del Poeta, ma anche di un’America che sembra sempre l’unico Paese da cui arrivi l’innovazione (soprattutto in quegli anni Sessanta) e delle paure sul ruolo della componente umana del lavoro. In più, volendo fare un salto azzardato, il versificatore di Levi assomiglia un po’ ai quei generatori automatici di frasi di personaggi più o meno famosi che si trovano oggi su Facebook.

La NATCA e le sue macchina mirabolanti, tutte rigorosamente presentate dal signor Simpson, è protagonista anche di altri racconti, con il duplicatore (L’ordine a buon mercato), il mimete (Alcune applicazioni del Mimete), il calometro per scoprire l’indice di bellezza delle persone (La misura della bellezza). Quest’ultimo, in particolare, è un congegno in grado di dirci quanto lontani dallo standard di bellezza (regolabile da chi lo manovra) sono le persone inquadrate dall’obiettivo: un tentativo di rendere oggettivo un giudizio soggettivo. Primo Levi mette in bocca a Simpson l’idea che la NATCA stia sviluppando una serie di apparecchi simili per misurare in modo rapido e pratico le caratteristiche dei candidati che si presentano ai colloqui di lavoro, così da trovare il soggetto migliore in maniera quantitativa. Non sembra di essere almeno un po’ dentro all’episodio Nosedive dell’ultima stagione di Black Mirror, quello in cui le persone possono o meno accedere a lavori e quartieri in base al proprio punteggio sui social media?

Ma Levi non si occupa solamente della tecnologia e del nostro rapporto con essa. Ama anche giocare con gli stereotipi della scienza. Cladonia rapida ricorda un articolo scientifico. La scoperta di cui l’anonimo autore rende partecipe la comunità scientifica è quella di un parassita specifico della automobili, quasi queste ultime siano dei veri e propri esseri viventi. La trattazione del tema comprende la discussione dei dati sperimentali raccolti in diversi Paesi e delle ipotesi sull’origine e la diffusione di quello che potremmo definire, stando al gioco, un problema epidemiologico.

Primo Levi, scrittore

Al volume di racconti Storie naturali fanno seguito le già citate raccolte Vizio di formaLilit, in cui il gioco tra narrativa, scienza, fantascienza e fantastico continua. Le storie più famose, però, sono probabilmente quelle contenute nel libro Il sistema periodico (1975), compreso il famoso racconto che ha per protagonista un atomo di carbonio. Più che altrove il Primo Levi chimico e il Primo Levi scrittore si sovrappongono, rispondendo così indirettamente al pregiudizio che riportava Ferrero. L’idea di fantascienza che ha Primo Levi è vicina a quella del fantastico di Calvino, ma alcuni dei suoi racconti ricordano un gigante americano della forma breve, Frederic Brown, ma con dentro anche la sensibilità della formazione classica italiana e una misura tutta sabauda. Le Storie naturali sono piccoli congegni narrativi che nascono da osservazioni e idee quotidiane, spesso da un what if?, sostenute da una fantasia sempre irregimentata tra il possibile e il plausibile, anche quando intinge la penna nel mito. Sono, semplicemente, un capolavoro della letteratura italiana e della fantascienza.

 

[Da oggiscienza.it]

Il simbolo dell’uguale: l’innovazione “pratica” di Robert Recorde

Lavorare per lo Stato, prestando i propri servizi alla sua burocrazia e ai suoi apparati (oggi diremmo la sua “pubblica amministrazione”) può dare origine a lotte per il potere, talvolta anche estremamente violente. Una situazione in cui si è trovato Robert Recorde, medico e matematico in Inghilterra nel periodo Tudor (1485 – 1603), cioè mentre si stanno gettando le basi di una nazione moderna, economicamente avanzata e pronta a esplorare commercialmente e militarmente i quattro angoli della Terra. Recorde non è una figura molto conosciuta, ma ha introdotto nella grafia matematica un segno, ‘=’, che è diventato uno standard internazionale e che tutti utilizziamo ancora abbondantemente.

 

Chi era Robert Recorde?

A differenza di altri personaggi della storia del pensiero e della scienza, del giovane Robert Recorde si sa davvero poco. È nato nel 1510 in Galles, che proprio in questo periodo entra definitivamente a far parte dei possedimenti inglesi e perde lo status di principato autonomo, da una famiglia di cui l’edizione del 1911 dell’Enciclopedia Britannica ricorda solamente che era “rispettabile”. Nel 1525, a soli 15 anni, è a Oxford, dove si laurea nel 1531. Probabilmente vi insegna qualche anno, ma poco dopo è a Cambridge, dove ottiene una licenza di medico nel 1545. Si trasferisce immediatamente a Londra, con l’idea di esercitare la professione. È nella capitale che la sua strada si incrocia con quella dell’apparato statale inglese.

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Il milanese che valicò le Ande

Vita di Antonio Raimondi, l’esploratore e cartografo ottocentesco divenuto eroe in Perù.

Un paese che si libera dal peso del colonizzatore straniero ha la necessità di scrivere la propria storia e di celebrare i costruttori del nuovo Stato. Servono a questo le liturgie pubbliche, i libri e i monumenti. Come le tombe di pietra e marmo che dall’inizio dell’Ottocento raccontano la storia della Repubblica peruviana nel cimitero intitolato al Presbítero Matías Maestro di Lima. Tra i 766 mausolei ce n’è uno che colpisce il visitatore italiano più attento. È quello dove riposa un milanese che ha lasciato l’Italia del Risorgimento per esplorare un “paradiso tropicale” ancora sostanzialmente ignoto e diventare il primo cartografo del nuovo Perù. Il suo nome è Antonio Raimondi e per capire perché oggi è celebrato come un eroe nazionale, con scuole intitolate a suo nome in ogni angolo della cordigliera peruviana, non c’è occasione migliore della mostra che il Museo delle Culture di Milano gli ha dedicato.

La storia di Antonio Raimondi comincia veramente a due passi dalla madunina. Nasce infatti il 19 settembre 1824 in Corsia del Duomo, lo slargo direttamente a nord del Duomo che oggi è parte integrante della sistemazione a piazza dell’area. In età avanzata scriverà di essere “nato con una precisa inclinazione ai viaggi e allo studio delle scienze naturali” e di sognare “dalla prima fanciullezza le splendide regioni della zona torrida”. Sostiene che all’età di tredici anni ha preferito impiegare i soldi ricevuti dalla madre per comprarsi la Storia naturale di Georges-Louis Leclerc de Buffon, punto di riferimento per i naturalisti d’Europa all’epoca. Legge avidamente i resoconti di viaggio di scienziati del Settecento, come Alexander von Humboldt e Louis Antoine de Bougainville, ma anche di esploratori, come James Cook e Cristoforo Colombo. “Nelle mie letture seguivo sulla carta gl’itinerarii percorsi da quegl’illustri viaggiatori e mi pareva di visitare con essi le numerose isole dell’Oceania le vaste selve dell’America tropicale, apparendomi allo sguardo come in uno specchio i più bei panorami, così pieni di vita, come offre soltanto la zona del nostro globo compresa fra i tropici”. A Pavia, mentre assiste ai corsi sui banchi dell’Università (senza laurearsi), o mentre si sofferma sulle collezioni dell’Orto Botanico di Brera, il suo pensiero è già fissamente altrove.

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La fantascienza che vedremo nel 2017

STRANIMONDI – Qualcuno l’ha già definito come uno degli anni più geek che si ricordino. Noi di Stranimondi abbiamo cominciato a dare un’occhiata a quello che ci riserva il 2017 e cercato di incrociare la nostra passione nerd e geek con l’appiglio più hard della fantascienza e proponiamo una selezione di quello di più interessante che si potrebbe vedere nel corso del prossimo anno, al cinema e dintorni. Seguiamo un ordine cronologico, basato sull’uscita ufficiale originale (per cui qualche proposta potrebbe arrivare un po’ dopo in Italia). Via!

Tha Arrival, 19 gennaio

Piccolo sgarro per questo film che in realtà è arrivato nelle sale americane già nel 2016, ma che arriverà in Italia a fine gennaio. Gli oggetti giganti sono in realtà delle grandi astronavi con cui arrivano degli alieni di cui non sappiamo davvero le intenzioni. Primo problema: riuscire a comunicare. Ecco il ruolo di Amy Adams che interpreta un’esperta di linguistica. Oltre a lei, anche Hawkeye/Jeremy Renner e Forest Whitaker. La regia di Denis Villeneuve (Sicario) dovrebbe bastare a garantire il prodotto.

The Space Between Us, 3 febbraio

Un ragazzino nato su Marte (il primo essere umano) si innamora (o giù di lì) di una ragazza terrestre chattando online. Se dal trailer lo svolgimento sembra più da romantic comedy, la scienza – a giudicare dal secondo trailer in circolazione – sembra al centro dei problemi che chi non ha mai sperimentato la gravità terrestre e la nostra atmosfera potrebbe dover affrontare. Se però non avete troppe pretese e volete una serata di relax al cinema, forse potrebbe essere la scelta giusta, tenendo conto che in USA esce proprio a ridosso di San Valentino…

The God Particle, 24 febbraio

La particella di Dio è (sigh!) proprio quella, il bosone di Higgs, che in qualche modo è alla base della scomparsa della Terra quando due astronauti vi fanno ritorno. Non c’è ancora un’immagine da cui poter giudicare almeno lo stile del film, ma il segreto è uno dei tratti oramai caratteristici del suo produttore, J.J. Abrahams. Anche del resto si sa poco o nulla: con la regia affidata al mestierante Julius OnahThe God Particle è il terzo capitolo della serie antologica Cloverfield.

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Ghost In The Shell, 31 marzo

Scarlett Johanson, che continua a frequentare il mondo della fantascienza da anni, dà corpo a uno degli anime più famosi di tutta la storia del cinema giapponese. Ideato originariamente da Masamune Shirow in forma di manga negli anni Ottanta, è la prima volta che approda al live action. Se volete recuperare tutto il regresso (non è necessario per apprezzare questo che di fatto è un reboot in chiave hollywoodiana) potete trovare una guida qui.

Life, 26 maggio

Una delle proposte più interessanti lontano dai grossi franchise. Jake Gyllenhaal è uno dei sei membri dell’equipaggio a bordo della Stazione Spaziale Internazionale quando l’uomo scopre la prima forma di vita oltre la Terra che non si rivela esattamente pacifica… Sperando che non scada troppo nell’horror, le premesse sono interessanti.

World War Z Sequel, 9 giugno

L’infezione che rende i contagiati degli zombie è pronta a tornare. Dopo un avvio incerto, il primo capitolo è diventato un piccolo classico dell’action fantascientifico apocalittico, al punto che la produzione ha messo in cantiere il secondo capitolo e Brad Pitt ha confermato che sarà della partita. Per cui, ripassiamo un po’ l’atmosfera con il trailer del primo episodio:

Valerian, 21 luglio

Ennesimo tuffo nella fantascienza per Luc Besson, il cui ultimo sforzo in questo senso, Lucy, non è però stato memorabile, nonostante Scarlett Johanson e Morgan Freeman. Questa volta siamo nella sezione agenti-che-viaggiano-nel-tempo-per-salvaguardare-l’umanità con due protagoniste donna (caratteristica che fin dal Quinto elemento sembra imprescindibile nella fantascienza del regista francese). Da prendere in considerazione con il beneficio del dubbio.

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Star Wars Episodio VIII, 15 dicembre

Serve dire altro?

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The Six Million Dollar Man, 22 dicembre

Vi ricordate la serie televisiva (o telefilm, come si diceva allora) in cui si usava lo slow motion accompagnato da effetti sonori stravaganti per sottolineare che il protagonista non era un semplice uomo, ma un uomo-macchina? Se non ricordate, abbiamo preso un piccolo spezzone per rinfrescarvi la memoria. L’idea è un po’ quella di Robocop, ma senza il sottotesto giustizialista: il colonnello Steve Austin viene riportato in vita dopo un grave incidente trasformandolo in un uomo bionico/perfetta macchina per le missioni impossibili. La serie degli anni Settanta ha anche generato lo spin off della Donna bionica.

Mute, non specificato

Duncan Jones, il regista di un piccolo capolavoro di science-fiction come Moon ritorna alla fantascienza dopo l’esperienza di Warcraft. Si tratta di un non meglio specificato thriller fantascientifico in cui un barista muto (da cui il titolo) di Berlino va alla ricerca della propria fidanzata. Si sa poco o niente, se non che il film verrà distribuito da Netflix direttamente sulla propria piattaforma di streaming e in una versione adatta anche al cinema. Visto il regista, comunque, questo è da prendere a scatola chiusa.

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[Da OggiScienza.it]

Intelligenza artificiale da profilazione

L’intelligenza artificiale utilizzata per l’analisi del comportamento e delle scelte online delle persone: ogni individuo è definito da un milione di variabili

Lo scorso marzo Lee Se-dol, il campione mondiale del gioco di strategia di origine asiatica “go”, è stato sconfitto da AlphaGo, un programma basato sull’intelligenza artificiale creato da DeepMind, l’azienda di Google che lavora sull’intelligenza artificiale. Nel raccontarlo a Supernova, l’evento sull’innovazione nella comunicazione digitale che da tre anni si tiene a Londra, il fondatore e ceo di Quantcast Konrad Feldman ha sottolineato che l’aspetto più interessante è che AlphaGo “ha imparato semplicemente giocando, ha imparato dai propri errori”. Il software ha raggiunto un livello estremamente raffinato di gioco grazie alla capacità di analizzare i dati delle partite che ha giocato per ricavarne strategie efficaci. Se al posto di “go” mettiamo Internet e ci dotiamo di una potenza enorme di calcolo, ecco una versione molto semplificata di quello che riescono a fare i sistemi di analisi e modellizzazione del comportamento online messi a punto da Quantcast.

Immaginiamo di voler aumentare il numero di contatti del nostro sito: inseriamo sulle nostre pagine i cookies di tracciamento di Quantcast e in una prima fase il sistema analizza com’è composto e che caratteristiche ha il nostro pubblico. “Nella seconda fase, quella attiva – spiega Ilaria Zampori, general manager di Quantcast per l’Italia -, i nostri sistemi vanno per esempio a cercare tra tutti gli italiani quell’insieme di navigatori che si avvicinano al prototipo che abbiamo individuato nella prima fase”. In questo modo, troviamo il target che con buona probabilità è interessato a visitare il nostro sito. Il punto centrale qui è quanto riesco a essere raffinato nell’analizzare il comportamento online delle persone. “I computer possono andare oltre età, sesso e informazioni demografiche di base – spiega Feldman – e possono prendere in considerazione milioni di caratteristiche”. Il risultato è che ogni individuo a Quantcast è definito da un milione di variabili diverse. La tecnologia, quindi, permette di etichettare in modo molto più preciso i potenziali target a cui rivolgersi, permettendo ai propri clienti di individuare quelli più rilevanti.

[Leggi tutto su Nova – IlSole24Ore]

A letto col nemico. Otto donne su 10 uccise ‘in famiglia’

Nei primi dieci mesi del 2016, ogni due giorni una donna viene uccisa. Sono infatti 116 i femminicidi registrati dal 1° gennaio al 31 ottobre 2016, solo 4 in meno rispetto ai 120 dello stesso periodo dell’anno passato ( -3,3%). Lo racconta l’indagine “Caratteristiche, dinamiche e profili di rischio del femminicidio in Italia. Le tendenze 2016” realizzato dall’Istituto EURES Ricerche economiche e sociali.

Metà dei femminicidi è avvenuta nel nord del Paese, con la Lombardia a conquistare il triste primato con 20 omicidi, pari al 17,2% del totale, seguita da Veneto (13), Campania (12), Emila-Romagna (12) e Toscana (11). Nessuno, invece, registrato in Basilicata, Marche e Molise. In generale rispetto al 2015, si legge nell’indagine EURES, l’aumento più pronunciato si è registrato al Centro, dove si è passati da 15 a 23 femminicidi (variazione del 53,3%) e al Nord, con una variazione del 26,5%. Al Sud, invece, la maggiore variazione negativa: -44,6%.

Mappa dei femminicidi nel 2016

La distribuzione dei femminicidi nelle regioni italiane. Cliccando su ogni regione si può visualizzare il numero dei femminicidi registrati e il valore in percentuale rispetto al totale.

[Leggi tutto su Agi.it]

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