Marco Boscolo

science & tech writer, data journalist, science communicator, music lover

Rosalind Franklin e la doppia elica del DNA

«Molti aspetti di La doppia elica suggeriscono la necessità di un riesame delle circostanze che hanno portato alla scoperta della struttura del DNA, non da ultimo il trattamento straordinariamente insultante che Watson ha riservato a Rosalind Franklin»

(Evelyn Fox Keller, Watson’s Needle, Change/Winter 1975-76)

 

I morti non possono dire la loro, ma a volte trovano difensori appassionati e, quasi sempre, la Storia ristabilisce le giuste proporzioni, assegnando a ognuno il proprio ruolo e togliendo a chi ha esagerato i propri meriti. Il 10 dicembre del 1962 tre scienziati hanno ritirato il premio Nobel per la Medicina “per le loro scoperte riguardo la struttura molecolare degli acidi nucleici e i loro significati per il trasferimento di informazione nel materiale vivente”, in pratica per aver scoperto la struttura del DNA e il suo meccanismo di replicazione. I loro i nomi sono Francis Harry Compton Crick, James Dewey Watson e Maurice Hugh Frank Wilkins. Ma, come hanno scritto nel 2002 Katrin Rittinger e Annalisa Pastore, «alla lista manca un nome, quello di Rosalind Franklin. Le sue fotografie ai raggi X del DNA sono state descritte come “le più belle fotografie ai raggi X di qualsiasi sostanza che siano mai state fatte” e hanno fornito la prova chiave per il modello della doppia elica di Watson e Crick». Nella corsa alla scoperta del segreto della vita, che ha coinvolto grandi istituzioni inglesi e americane e ha visto la partecipazione indiretta di molti altri personaggi di spicco, Rosalind Franklin ha giocato un ruolo determinante senza che le sia stato direttamente riconosciuto in vita. In parte perché è scomparsa a soli 37 anni nel 1958, e in parte perché la ragione di menti brillanti può essere offuscata da sentimenti umani, come l’invidia e il rancore, o distorta da sete di gloria e pregiudizi nei confronti delle donne.

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Tetris: nascita di un’icona pop

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I pezzi del Tetris di Alexey Pajitnov sono ispirati da un rompicapo per uno o due giocatori con le tessere di legno.

STRANIMONDI – I suoi predecessori avevano mandato in orbita lo Sputnik con meno potenza di calcolo di quella a sua disposizione. Non che quella che aveva a disposizione lui fosse granché: un computer senza nessuna possibilità grafica, con una capacità di calcolo di 250 mila operazioni al secondo e 8 kb di RAM. Ma Alexey Pajitnov, programmatore dell’Accademia delle Scienze di Mosca, non si è certo lasciato scoraggiare dai limiti imposti dalla tecnologia. Anzi, li ha sfruttati come stimolo per il pensiero. Così, aggirando il problema dell’assenza di grafica e lavorando solamente nel tempo libero, ha creato Tetris in un momento, la metà degli anni Ottanta, in cui i videogiochi stavano per conquistare il mondo. E Tetris sarebbe stato uno dei più grandi successi di sempre.

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Su questa storia è in preparazione un film, annunciato nel 2014 ma già diventato una trilogia, ma nel frattempo ci possiamo mettere al passo con una graphic novel Tetris. Incastri internazionali di Box Brown arrivata nelle fumetterie italiane giusto in tempo per LuccaComics grazie alla collana 9L di Panini. L’industria culturale internazionale aggiunge così un altro tassello a quel revival anni Ottanta di cui abbiamo già parlato con Stranger Things e Paper Girls in puntate precedenti di questa rubrica. Nella prefazione, Matteo Bordone sottolinea come sia un fenomeno “iniziato appena dopo, nel decennio successivo, e che ancora oggi continua a interessare porzioni sempre più settoriali del periodo, ora nella musica, ora nel cinema, nella letteratura, nella moda o nel costume”. Uno scrigno da cui attingere per storie che, arrivate prima dei social network, conservano – accogliendo il ragionamento di Bordone – un fascino epico, acuito dal clima imperversante della Guerra Fredda.

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Tetris, allora, può anche essere letto come la cronaca di una trasformazione tecnologica con profondissime implicazioni per la società e il nostro modo di vivere. C’è un videogioco dirompente che può essere contenuto in un solo floppy disk da 5 pollici e un quarto, una serie infinita di telex e fax spediti da una parte all’altra del mondo per comunicare, l’invasione dei salotti giapponesi, e poi mondiali, con Pong, lo sviluppo di un paio di aziende nell’elettronica di consumo come Nintendo e Microsoft. Ma c’è anche la predizione di Gunpei Yokoi che un giorno tutti noi ci saremmo portati dietro i nostri videogiochi preferiti. Non lo facciamo (quasi) più con il suo Gameboy quanto con i nostri smartphone, ma la sua previsione si è rivelata corretta: oggi giochiamo in mobilità.

Puzzle e psicologia

E Alexey Pajitnov? Il barbuto programmatore per una buona parte della storia rimane al di fuori delle trattative commerciali e delle tese riunioni tra americani, giapponesi e sovietici. Il suo interesse per i videogiochi nasce dalla sua passione per i puzzle e i rompicapo, convinto che siano uno strumento per stimolare la creatività e le capacità di ragionamento di chi ci gioca.

La sua convinzione che i videogiochi avessero un effetto sul cervello deriva, non sappiamo quanto direttamente, dagli studi che due psicologi hanno realizzato negli anni Sessanta. Bluma Zeigarnik e Kurt Lewin, studiando i camerieri di un bar, hanno osservato che ci ricordiamo meglio i compiti interrotti o incompleti rispetto a quelli che abbiamo portato a termine. È l’effetto Zeigarnik, come poi è diventato noto, e ben si presta a spiegare quello che accade nel cervello di chi gioca a Tetris.

Il compito del giocatore è incastrare ognuno dei pezzi del videogame nel modo migliore per creare linee complete. Così facendo, ogni volta che un nuovo pezzo appare sullo schermo, il nostro cervello sfrutta l’effetto Zeigarnik, ma si dimentica di quello che ha fatto non appena ha terminato il compito. Salvo che c’è già un altro pezzo, quindi un altro compito: ecco una spiegazione parziale della dipendenza che Tetris può dare.

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La questione artistica

Tetris funziona a meraviglia nel raccontare il cambiamento della società che, tra gli intrighi internazionali che coinvolgono anche Michail Gorbačëv, i videogiochi e l’elettronica di consumo hanno determinato nel nostro modo di intendere i videogiochi e la tecnologia. Il tratto quasi 8-bit di Box Brown è funzionale a una storia dal ritmo serrato e la bicromia scelta aumenta l’effetto retromaniaco che è parte integrante dell’appeal del libro.

Peccato, però, che la graphic novel pecchi sul fronte della profondità dei personaggi. Anche lo stesso Pajitnov non appare troppo tridimensionale e gli altri protagonisti danno più l’impressione di maschere piatte. Su questo fronte molto più interessante leggere un libro bellissimo come Console WarsLa battaglia che ha segnato una generazione. Scritto dal giornalista Blake J. Harris, e pubblicato in italia da Multiplayer edizioni, si preoccupa di un periodo leggermente successivo all’esplosione del fenomeno Tetris. Racconta la battaglia cominciata negli anni Novanta tra Nintendo e SEGA per il controllo del mercato mondiale dei videogiochi, tratteggiando ritratti psicologici raffinati dei protagonisti.

Box Brown, però, ha il merito di fare una domanda: i videogiochi sono arte? Sostiene di sì, alla pari del cinema (superato in termini di ricavi industriali in anni recenti) o del fumetto (ma con un’influenza molto maggiore e più pervasiva). La domanda troverà forse una risposta nei prossimi decenni, per il momento c’è da registrare che sono un fenomeno planetario con cui bisogna fare i conti, giocatori professionisti e problemi di doping compresi.

 

[Da OggiScienza.it]

Nazareno Strampelli e il miglioramento genetico del grano tenero

«Caro il mio grano! Quando il mio tesoro / mando al mulino, se ne va, sì, questo; / ma quello nasce sotto il mio lavoro. […] Tua carne è il pane. – Ma tuo sangue, il vino. – / Che odore sa l’odore di pan fresco! – / E che cantare fa cantar di tino! -»

(Giovanni Pascoli, L’accestire – Grano e Vino, Primi poemetti, 1907)

In Italia, tra il 1922 e il 1933 la produzione di grano tenero è passata da 44 a 80 milioni di quintali l’anno. Un raddoppio che è stato ottenuto senza aumentare la superficie coltivata, ma migliorando la resa, cioè la quantità di prodotto raccolto sui campi coltivati. Si tratta di un risultato straordinario dovuto alle ricerche di un agronomo sperimentale italiano: Nazareno Strampelli. Le nuove varietà di grano introdotte nell’agricoltura italiana sono state la base per la produzione del pane, un elemento essenziale per la dieta di gran parte degli italiani legati a una vita in larga parte contadina. Vincere “la battaglia del grano“, come l’aveva chiamata il partito fascista, era una priorità per il raggiungimento dell’autosufficienza del Paese e una premessa per i sogni di gloria di Benito Mussolini.

 

Chi era Nazareno Strampelli?

Il 1866 è una data cruciale. Nello stesso anno in cui un monaco agostiniano di nome Gregor Mendel pubblica un saggio sull’ibridazione delle piante che verrà dimenticato per tre decenni, il 29 maggio nasce Nazareno Strampelli, nel borgo medioevale di Crispiero nelle Marche. Per la prima fase della sua carriera accademica e scientifica, lo potremmo definire un precario. Dopo la laurea in agraria a pieni voti ottenuta a Pisa nel 1891, fa l’assistente di laboratorio all’Università di Camerino, dirige un laboratorio chimico all’Argentario, insegna scienze naturali e agronomia in diverse scuole, collabora con alcuni consorzi agrari. Nel 1903 arriva a Rieti, come vincitore del concorso della Cattedra ambulante sperimentale di granicoltura, di grande prestigio, ma almeno inizialmente la situazione non è idilliaca. Racconta lo storico Roberto Lorenzetti che Strampelli non aveva un laboratorio e nemmeno un ufficio, al punto che sul retro di una sedia ha scritto: «Questo è quanto io ebbi a mia disposizione dall’ottobre 1903 all’aprile 1904 come materiale d’impianto e di funzionamento della Cattedra Sperimentale di Granicoltura».

Ritratto fotografico di Nazareno Strampelli (Immagine: Pubblico dominio)
Ritratto fotografico di Nazareno Strampelli (Immagine: Pubblico dominio)

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Se Clark Kent mette gli occhiali è irriconoscibile. O forse no

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Un paio di occhiali rende effettivamente più difficile riconoscere un volto, come accadeva per Clark Kent quando lasciava i panni di Superman. Crediti immagine: Cory Denton, Flickr

Una sera di qualche tempo fa mi trovavo a Udine. Ero seduto a un tavolino di un bar all’aperto in piazza San Giacomo (anche se bisognerebbe chiamarla piazza Matteotti, ma è un altro discorso…) e, con un gruppetto di persone, stavo aspettando l’arrivo di A., un’amica comune. Circa un quarto d’ora dopo l’appuntamento previsto, una ragazza bionda si dirige verso di noi. Per come eravamo seduti, solo io la potevo notare mentre arrivava tagliando in diagonale la piazza. Lei, arrivata vicino al tavolo ma ancora invisibile agli altri, mi guarda. Penso che stia controllando se mi conosce, ma io non so chi sia. Si sarà sbagliata: in fondo a Udine non conosco molte persone. Ma lei, imperterrita, mi saluta con la mano e, fattasi ancora più vicina, saluta: “Ciao!”. Ma chi è questa? Che vuole?, penso io. Gli altri, a quel punto, si girano e la salutano: era A., ovviamente. A guardarla bene, a sentirla parlare e tutto il resto, me ne rendo conto anch’io, ma il fatto che sia la prima volta che la vedo portare gli occhiali da vista mi ha creato non pochi problemi nel riconoscerla.

La serata è poi proseguita parlando di tutt’altro e i miei amici hanno attribuito la mia difficoltà nel riconoscere A. alla quantità di spritz che avevo bevuto. Grasse risate e storia che finisce lì. Se non fosse che qualche giorno fa incrocio online un articolo scientifico che mi fa tornare alla mente l’episodio di piazza San Giacomo: Disguising Superman: How Glasses Affect Unfamiliar Face Matching. “Può un paio di occhiali davvero gabbarci e farci credere che Superman è Clark Kent?”, si chiedono gli autori nella premessa dell’articolo pubblicato su Applied Cognitive Psychology? Cioè, dobbiamo salvare gli sceneggiatori del fumetto (e delle varie versioni cinematografiche e televisive) che, senza saperlo, avevano escogitato il più banale dei travestimenti a prova di esperimento scientifico? Quante volte ho pensato che si trattasse di un’eredità poco credibile degli anni Trenta, quando i lettori erano (forse) meno esigenti di oggi, ma che se Superman fosse stato creato anche solo negli anni Cinquanta, avrebbe avuto una bella maschera come l’Uomo Ragno o come Batman. Invece, la scienza sembra dimostrare che basta un paio di occhiali. Forse.

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Superman/Clark Kent nella “versione” Christopher Reeves

Robin Kramer e Kay Ritchie dell’Università di New York ci hanno voluto costruire sopra un esperimento scientifico, per capire quanto un semplice paio di occhiali possa ingannarci. Nei loro laboratori hanno sottoposto a un semplice test le loro cavie, un gruppetto di volontari, che guardando coppie di fotografie di volti dovevano semplicemente dire se si trattasse o meno della stessa persona. Le immagini mostravano due persone senza occhiali, due con occhiali o una coppia “mista”, una con e l’altra senza. Bene, la capacità di riconoscere la stessa persona se si trattava di immagini “miste” è risultata sensibilmente più bassa. Nel caso in cui entrambi i volti avessero o meno gli occhiali, l’accuratezza delle risposte è stata attorno all’80%, una percentuale compatibile con la letteratura. Ma nel caso delle immagini miste, l’accuratezza scende. Quello che fa la differenza, quindi, è la piccola alterazione del volto dovuto alla presenza, o meno, degli occhiali. Praticamente quello che è successo a me quella sera a Udine.

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Esempio di immagini dell’esperimento di Kramer e Ritchie

Innanzitutto, quindi, mille scuse a Jerry Siegel e Joe Shuster: la vostra soluzione non era così male, dopotutto. Ma siamo proprio convinti? Rispetto agli altri casi, in cui entrambi i volti hanno o non hanno gli occhiali, la coppia “mista” di facce porta a una riduzione del 6% nell’accuratezza. Un valore statisticamente significativo, ci fanno sapere gli autori dello studio, abbastanza per poter dire che nel riconoscere un volto, gli occhiali possono essere un elemento di disturbo capace di farci sbagliare in alcuni casi. Il riconoscimento, comunque, non è così basso: l’accuratezza scende infatti solo al 74%. Quindi, cari Jerry Siegel e Joe Shuster, non vi possiamo salvare:  di tutte le persone che avevano visto Superman, circa 3 su 4 lo avrebbero potenzialmente riconosciuto!

Per quanto riguarda me, invece, il fatto di non aver riconosciuto A. rientra quindi in quel 26% di casi, secondo gli autori dello studio, in cui gli occhiali si rivelano un travestimento efficace. Pensando a Superman/Clark Kent, mi sento un po’ come Lois Lane fino a quando non scopre tutto…

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Ecco Superman che si toglie gli occhiali e svela alla fidanzata di Clark Kent la sua doppia identità!

 

[Da Oggiscienza.it]

#SEEDcontrol: due storie dal Sudafrica

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Ieri, 16 ottobre si è celebrata in tutto il mondo la Giornata Mondiale dell’Alimentazione. Una giornata nata per ricordare la data di istituzione della FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura, fondata in quel giorno del 1945 in Canada. Istituita nel 1979, coinvolge più di 150 paesi nel mondo con l’obiettivo di sensibilizzare sui problemi legati alla malnutrizione, alla fame e alla povertà, oltre che alla sicurezza alimentare. Il tema scelto per il 2016 è “le minacce alla sicurezza alimentare”,soprattutto per i paesi più poveri; minacce che derivano dai cambiamenti climatici. Servono ricerca scientifica e innovazione per migliorare la capacità dei campi di produrre anche in condizioni difficili. Ma bisogna garantire che soprattutto quel 90% di contadini che praticano un’agricoltura di sussistenza non siano ostacolati da leggi ingiuste. Siamo andati in Sudafrica per raccogliere due storie a questo riguardo.

Clicca qui per ascoltare il servizio sul sito di Albachiara.

Nobel per la Chimica 2016 alle macchine molecolari

Ricordate il film Viaggio allucinante, in cui un’equipe veniva miniaturizzata per andare a rimuovere un embolo direttamente dentro al corpo del paziente? Si tratta di uno scenario da fantascienza (non a caso era coinvolto Isaac Asimov) che però potrebbe non essere più così lontano. Gli scienziati non hanno inventato un sistema per miniaturizzare loro stessi e una navicella, ma hanno scoperto come poter costruire macchine molecolari, capaci di operare su scala micrometrica e nanometrica. È per «la progettazione e la sintesi di macchine molecolari» che Jean-Paul Sauvage, Fraser Stoddard e Bernard Faringa hanno ricevuto il Nobel per la Chimica 2016.

Nel 1983 il francese Jean-Paul Sauvage è il primo scienziato a riuscire a unire due molecole di forma circolare come due anelli di una catena. È la prima volta che due molecole sono legate tra loro da un legame meccanico e non da un legame chimico. Nella struttura studiata da Sauvage, e chiamata catenano, infatti non ci sono legami chimici, e le molecole hanno una relativa liberta l’una rispetto all’altra. Questa libertà è una caratteristica fondamentale se si vuole che i macchinari possano svolgere una funzione. Il lato sorprendente di questa scoperta è stato riuscire a “chiudere” uno degli anelli sull’altro evitando che si formassero legami covalenti.

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Nobel per la Fisica 2016 agli strani mondi di Flatlandia

Racconta Edwin A. Abbott di Flatlandia, uno strano luogo a due sole dimensioni, dove alcune abitudini del nostro mondo in 3D diventano assurde e altri fenomeni, per noi strani, emergono. Il libro, pubblicato nel 1884 in Gran Bretagna, è diventato un classico della divulgazione matematica e ha fatto riflettere generazioni di studenti. Fuor di metafora letteraria, qualcosa di analogo deve essere successo all’inizio degli anni Settanta del Novecento, quando Michael Kosterlitz and David Thouless, due dei Nobel di quest’anno, hanno dimostrato che, nonostante quello che si pensasse all’epoca, in strati sottili di materia al limite della pura bidimensionalità, fenomeni di superconduttività e superfluidità erano possibili. Per questo motivo, assieme a F. Duncan M. Haldane, l’Accademia delle Scienze di Stoccolma ha deciso di assegnar loro il Premio Nobel per la Fisica 2016 per «per le loro scoperte teoriche sulle transizioni di fase topologiche e sulle fasi topologiche della materia».

La fisica di queste flatlandie è molto diversa da quella che possiamo vedere attorno noi: anche se la materia che costituisce uno di questi sottilissimi strati è in realtà un insieme di milioni di atomi (il comportamento di ognuno dei quali può essere spiegato con la fisica quantistica), essi presentano proprietà completamente, come quelle che vengono descritte usando la parola ‘super’. Nel caso della superconduttività, si fa riferimento a una proprietà dei materiali che presentano resistenza nulla al passaggio di corrente elettrica, mentre per superfluidità si intende uno stato della materia che non presenta viscosità (per cui, per esempio, un vortice può continuare indefinitamente a ruotare).

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